Verona frena l’invasione del cibo nei centri storici

La città valuta nuove restrizioni contro l’eccesso di attività gastronomiche nel cuore storico: il food rischia di oscurare arte, cultura e identità urbana

Centro storico Verona

Il centro storico di Verona, come accade in molte città italiane, è sempre più dominato da locali gastronomici, spesso a scapito del patrimonio artistico, architettonico e culturale. La questione, sollevata recentemente anche dal New York Times, ha riacceso il dibattito sull’equilibrio tra vocazione turistica e salvaguardia dell’identità urbana.

Negli ultimi anni, l’espansione del turismo enogastronomico ha trasformato le vie del centro in un susseguirsi di osterie, street food e negozi tematici: limoncello, tartufo, tiramisù e pizza sono ovunque, spesso più visibili di monumenti e musei. Piazza Erbe, via Cappello e le zone limitrofe testimoniano una presenza capillare di locali che offrono cibo da asporto e prodotti tipici, con aromi che si diffondono per metri, alterando la percezione dell’ambiente urbano.

Secondo l’Agenzia nazionale del turismo, il settore enogastronomico ha visto una crescita esponenziale, quasi triplicata in dieci anni. Una tendenza che, pur portando benefici economici — il turismo rappresenta circa il 13% del PIL nazionale — pone serie criticità, in particolare nelle aree di pregio storico-artistico, dove la saturazione di licenze e attività può compromettere l’equilibrio tra turisti e residenti.

A Verona, l’amministrazione comunale sta intervenendo. È in corso un censimento delle licenze nella “zona rossa”, ovvero l’area entro l’ansa dell’Adige, dove da oltre dieci anni non vengono aggiornati i dati ufficiali. L’obiettivo è valutare l’effettiva saturazione e decidere se modificare il piano regolatore commerciale, in vigore da tempo, ma ormai non più adeguato alla nuova realtà.

Attualmente, le nuove aperture in centro storico sono bloccate. Solo 4 o 5 licenze risultano ancora disponibili, ma non sono state messe a bando. Tuttavia, la maggiore preoccupazione riguarda le attività artigianali con somministrazione di cibo non assistita, che finora hanno eluso i vincoli, contribuendo alla proliferazione di punti vendita di panini, pizza e altri alimenti da consumare per strada.

Secondo l’assessora al Commercio Alessia Rotta, è urgente trovare un nuovo equilibrio tra residenti e turismo, agendo anche su regolamenti obsoleti come quello dei plateatici, in fase di revisione dopo 12 anni. Le proposte in discussione comprendono l’estensione geografica delle restrizioni oltre la città antica, per coinvolgere altre aree a forte impatto turistico.

Confcommercio sostiene l’ipotesi di un riordino strutturale del comparto food, incluso il settore artigianale, spesso escluso dai controlli più rigidi. L’obiettivo condiviso è preservare la qualità della vita dei residenti e tutelare il valore culturale della città, garantendo al tempo stesso un’offerta turistica sostenibile.

Il rischio che il “cibocentrismo” soffochi la cultura urbana è reale, e Verona, seguendo l’esempio di altre città d’arte italiane, intende intervenire con una regolamentazione più rigida per evitare una trasformazione irreversibile del proprio centro storico.

Redazione

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