Vajont, 62 anni dopo: il ricordo di una tragedia annunciata

Nel 1963 un’enorme frana travolse la valle del Piave: oltre 1.900 vittime e un disastro umano e ambientale che l’Italia non ha mai dimenticato

Sono trascorsi 62 anni dal disastro del Vajont, ma la sera del 9 ottobre 1963 resta impressa nella memoria collettiva come uno dei momenti più tragici della storia italiana. Alle 22:39, una frana di oltre 270 milioni di metri cubi si staccò dal monte Toc precipitando nel bacino della diga, generando un’onda alta 250 metri che devastò i paesi sottostanti. Longarone fu cancellata, Erto e Casso colpiti duramente. Ufficialmente si contarono 1.910 vittime, ma molti sopravvissuti ritengono che il numero reale superasse i 2.000, poiché molti corpi non furono mai recuperati.

Il disastro colpì in particolare i bambini: 487 delle vittime avevano tra 0 e 15 anni. Una perdita così grave che il Vajont venne definito “la strage dei bambini”. Di quei morti, 817 non vennero mai identificati, annientati dalla violenza dell’acqua e del fango.

La notte della catastrofe era un mercoledì d’autunno. Nei bar, le televisioni trasmettevano una partita di Coppa dei Campioni. Alle 22, la frana colpì con una forza devastante: la montagna si abbatté nel lago a oltre 100 km/h, spingendo un’enorme massa d’acqua oltre la diga. Non fu la struttura a cedere, ma la forza della natura a rendere inutile anche il più ambizioso progetto ingegneristico dell’epoca.

La diga del Vajont, all’epoca la più alta del mondo con i suoi 264 metri, rimase in piedi, segnata ma non distrutta. Un paradosso che evidenzia le gravi responsabilità umane dietro la tragedia: la montagna mostrava da tempo segnali di instabilità, ma gli allarmi furono ignorati.

L’Unesco, nel 2008, ha inserito il Vajont tra i cinque peggiori disastri ambientali di origine antropica, definendolo «un classico esempio di cosa accade quando ingegneri e geologi sottovalutano i segnali del territorio». La responsabilità ricadde anche sulla Sade, società elettrica privata, accusata di aver messo il profitto al di sopra della sicurezza.

Una voce si alzò già prima della tragedia: Tina Merlin, giornalista e partigiana, denunciò pubblicamente i rischi della diga sin dagli anni ’50. Nei suoi articoli sull’Unità mise in luce gli espropri forzati, la devastazione ambientale e l’arroganza delle aziende coinvolte. Le sue denunce furono ignorate e lei osteggiata, fino a diventare il simbolo della lotta per la verità. Dopo il disastro pubblicò il libro Sulla pelle viva, testimonianza durissima e lucida di ciò che poteva essere evitato.

Oggi il Vajont è anche un luogo della memoria. La diga è ancora lì, svuotata e muta, testimone silenziosa del passato. A Fortogna si trova il cimitero delle vittime, e il museo di Longarone conserva immagini, testimonianze e documenti di quei giorni.

Tra le tante storie di dolore, spicca quella di Gino Mazzorana, uno dei pochi bambini sopravvissuti. Aveva dieci anni e fu salvato da una squadra del Genio Militare. Solo recentemente ha scoperto l’identità del suo soccorritore: Feliciano Antoniazzi, allora ventunenne. I due si sono ritrovati casualmente, oltre sessant’anni dopo, visitando il museo del Vajont. Una storia di umanità che emerge tra le macerie di una tragedia che non può e non deve essere dimenticata.

Nel 1971 nacque il comune di Vajont, il più piccolo d’Italia, con un solo chilometro quadrato di superficie. Fu fondato per ospitare gli sfollati, a pochi chilometri da quel lago cancellato dalla frana. Intanto, Erto e Casso continuano a lottare contro l’isolamento, portando avanti la memoria di un evento che ha cambiato per sempre il volto di un’intera valle.

Redazione

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