La crisi della partecipazione religiosa è oggi una realtà evidente anche nella diocesi di Verona, dove solo un cittadino su sei frequenta regolarmente la messa. A dirlo è don Davide Adami, delegato della Curia per l’ambito Annuncio, che sottolinea come il 15-16% dei veronesi partecipi alle celebrazioni domenicali. Un dato che riflette un più ampio calo nazionale, in cui la pratica religiosa si è quasi dimezzata in vent’anni, passando dal 36% nel 2001 al 19% nel 2022.
Un crollo silenzioso e progressivo
La mancanza di partecipazione non si limita solo alla messa domenicale. I giovani scarseggiano nei percorsi di catechismo, le celebrazioni si svuotano al di fuori delle festività principali, e i sacramenti sono sempre meno richiesti. In molti casi, dopo la Prima Comunione i bambini abbandonano il cammino verso la Cresima, segnale di una fede che fatica a consolidarsi nel tempo.
Le vocazioni non bastano più
Il segnale più preoccupante arriva però dall’interno della stessa Chiesa: seminari e conventi sono in declino costante. Dove un tempo vi erano classi con 15 seminaristi, oggi ce ne sono al massimo 2 o 4. «E Verona è ancora in condizioni migliori rispetto ad altre diocesi come Vicenza o Trento», osserva don Adami. Attualmente, la diocesi conta 902 preti, circa 2.000 religiosi e 380 parrocchie, ma il ricambio generazionale è in profonda crisi.
Un cambiamento irreversibile
La trasformazione della società è alla base di questo fenomeno: denatalità, indifferenza sociale, frenesia quotidiana e disgregazione delle comunità locali hanno reso difficile mantenere un tessuto parrocchiale vitale. «Non si va più a votare, non si va più in chiesa», commenta amaramente il parroco di San Massimo, riconoscendo che la distinzione tra credente e non credente non è più netta come un tempo.
Una Chiesa da ripensare
Di fronte a questi numeri, la Chiesa non può più rifugiarsi nel passato. È lo stesso don Adami a proporre una nuova visione sinodale, in cui i laici assumano un ruolo attivo e corresponsabile. «Non possiamo più puntare solo sui preti. Serve una Chiesa che viva nella società e che affronti la sfida del tempo presente con realismo e speranza». L’invito è a non interpretare la crisi come fine, ma come opportunità di rinnovamento, un processo che richiede ascolto, adattamento e apertura.
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