Medici di famiglia contro la riforma: “Diventeremo solo impiegati del SSN”

Il Governo vuole trasformarli in dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale, ma i sindacati e l’Ordine dei Medici si oppongono: "La vera emergenza è la carenza di professionisti"

Medico

La riforma della sanità territoriale, al centro di un vertice a Palazzo Chigi, sta accendendo il dibattito tra Governo, Regioni e medici di famiglia. Il progetto, discusso alla presenza della premier Giorgia Meloni, del ministro della Salute Orazio Schillaci e del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, punta a trasformare i medici di base in dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale, superando l’attuale regime di libera professione in convenzione.

Il tavolo si è chiuso senza un accordo, ma il Governo considera prioritaria questa trasformazione, necessaria per garantire il funzionamento delle Case di Comunità, strutture finanziate con 2 miliardi di euro del PNRR che dovrebbero entrare in funzione entro metà 2026. In Italia ne sono previste 1.350, di cui 16 nella provincia di Verona.

Le critiche dei medici di famiglia

I medici di base rifiutano la prospettiva di un’assunzione diretta nel SSN, temendo la perdita del rapporto fiduciario con i pazienti. Claudio Salvatore, segretario della FIMMG Verona, evidenzia come la riforma non sarebbe retroattiva, lasciando agli attuali medici la scelta di restare in convenzione, ma con l’obbligo di prestare servizio nelle Case di Comunità in base al numero di assistiti. “Diventeremmo impiegati spersonalizzati, privi del contatto diretto con i nostri pazienti”, afferma Salvatore.

Anche Giulio Rigon, consigliere dell’Ordine dei Medici di Verona, boccia la riforma. “Il problema non è il modello contrattuale, ma la carenza di medici”, sottolinea. Secondo Rigon, la soluzione non è la dipendenza dal SSN, ma un investimento nelle aggregazioni funzionali territoriali, già previste dai contratti ma mai pienamente attivate dalle Regioni.

Un futuro incerto per la medicina territoriale

Il confronto tra Governo e medici di famiglia resta aperto. La sanità territoriale è un nodo cruciale per ridurre la pressione sugli ospedali e migliorare l’accesso alle cure, ma senza un’intesa chiara tra le parti, la riforma rischia di non risolvere i problemi strutturali del sistema sanitario.

Redazione

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