Il Veneto apre un nuovo capitolo politico con l’elezione di Alberto Stefani, scelto dagli elettori come presidente della giunta regionale con un margine ampio sullo sfidante Giovanni Manildo. Le proiezioni hanno consolidato rapidamente un quadro già evidente nelle prime schede scrutinate: la coalizione di centrodestra ha mantenuto il controllo della regione, mentre la Lega ha superato Fratelli d’Italia nelle preferenze di lista, favorita dalla presenza di Luca Zaia come capolista in tutte le circoscrizioni.
Nonostante l’esito netto, l’affluenza ha sollevato più di un interrogativo. Solo il 44,6% degli aventi diritto si è recato alle urne, segnando un calo significativo rispetto al 2020, quando il 61% dei veneti aveva partecipato al voto. Una flessione che diventa uno degli elementi più rilevanti della consultazione, soprattutto in una regione tradizionalmente molto partecipe nelle sfide amministrative.
Il successo di Stefani, che ha superato la soglia del 60%, non si limita ai numeri della giornata elettorale. Il neogovernatore, a 33 anni il più giovane della storia del Veneto, rappresenta il nuovo volto di un partito che ha costruito negli anni un rapporto strutturale con il territorio. Il suo percorso politico è iniziato presto: nato a Camposampiero e cresciuto a Borgoricco, è entrato nella Lega in adolescenza e, dopo l’elezione a sindaco del suo comune nel 2017, è approdato alla Camera nel 2018, dove ha seguito da vicino i dossier sul federalismo fiscale. La candidatura alla guida della regione è maturata dopo un’ampia trattativa nel centrodestra, in cui Fratelli d’Italia ha rinunciato a proporre un proprio nome in cambio di spazi altrove.
Durante la campagna elettorale, Stefani ha insistito su un progetto amministrativo orientato alla collegialità e all’inclusione, pur mantenendo salde le priorità identitarie del partito. Ha sottolineato più volte la volontà di proseguire la linea tracciata da Luca Zaia, considerato un punto di riferimento nel governo regionale e figura determinante per il risultato della Lega.
Sul fronte opposto, Giovanni Manildo ha guidato un’alleanza eterogenea composta da Pd, M5s, Avs, Volt Europa e diverse liste civiche. Pur non avendo scalfito il vantaggio avversario, ha ottenuto un risultato superiore alle attese, raggiungendo circa il 31% e posizionandosi ben oltre la performance del centrosinistra nel 2020. La sua candidatura ha raccolto consensi tra moderati ed elettori sensibili ai temi ambientali, aprendo nuovi margini di manovra per un’opposizione che punta a riorganizzarsi su basi più solide.
La competizione ha visto la presenza di altri tre candidati, tra cui Marco Rizzo per Democrazia Sovrana Popolare, Fabio Bui per i Popolari per il Veneto e Riccardo Szumski con Resistere Veneto. È proprio quest’ultimo ad aver sorpreso con un risultato oltre le aspettative, sebbene nessuno degli sfidanti abbia realmente condizionato l’esito finale della consultazione.
Il quadro che emerge è quello di una regione che conferma la centralità del centrodestra, con una Lega ancora dominante e un nuovo governatore pronto a inaugurare una fase amministrativa in continuità con gli ultimi quindici anni, ma con una forte impronta generazionale.
Seguici su
Aggiungi veronatomorrow.it alle tue fonti preferite e ricevi i nostri contenuti in cima ai risultati di ricerca.