L’introduzione di metal detector davanti alle scuole, prevista da una circolare firmata congiuntamente dai ministri Giuseppe Valditara (Istruzione) e Matteo Piantedosi (Interno), accende il dibattito anche a Verona. La misura, pensata per contrastare la presenza di armi bianche dopo l’omicidio di uno studente a La Spezia, non è obbligatoria: i dirigenti scolastici potranno richiederla su base volontaria, d’intesa con prefetti e questori. Tuttavia, la direttiva sta già suscitando posizioni contrastanti tra i presidi scaligeri, che si muovono tra prudenza, apertura e forti perplessità.
La circolare prevede l’attivazione dei controlli solo in contesti critici, come episodi di violenza segnalata, spaccio o atti di bullismo reiterati. I controlli, precisa il documento ministeriale, saranno effettuati esclusivamente da operatori di pubblica sicurezza, senza quindi oneri diretti per il personale scolastico. Un chiarimento che ha in parte rassicurato i dirigenti, inizialmente preoccupati per eventuali responsabilità logistiche e operative.
Piergiorgio Sartori, referente veronese del sindacato Dirigentiscuola, evidenzia la necessità di un approccio bilanciato, dove la prevenzione non venga mai meno: «È giusto che la valutazione spetti a chi conosce le dinamiche interne agli istituti. Ma nessuno può essere colpevolizzato se decide di non adottare certe misure. La prevenzione passa da educazione civica, supporto psicologico e coinvolgimento delle famiglie».
Nel mondo della scuola veronese, le reazioni sono diverse. Daniele Furlani, preside dell’istituto alberghiero Berti, si dice pronto a valutare l’adozione dei metal detector, pur sottolineando che molti istituti tecnici e professionali utilizzano strumenti potenzialmente contundenti nei laboratori, rendendo il controllo oggettivamente più complesso.
Altri dirigenti, come Mariapaola Ceccato dell’istituto tecnico Marconi, non considerano al momento l’ipotesi una priorità, mentre Irene Grossi del Ferraris-Fermi invita alla cautela: «È un tema delicato, su cui riflettere. L’inasprimento delle regole non può sostituire la funzione educativa della scuola».
Duro invece il giudizio degli studenti. La Rete degli Studenti Medi di Verona boccia senza mezzi termini la proposta, definendola una risposta “superficiale” a un problema profondo e culturale. Secondo la referente Zoe Zevio, strumenti come i metal detector rischiano di snaturare l’identità della scuola, trasformandola in uno spazio di sorveglianza piuttosto che educativo.
Gli studenti chiedono piuttosto interventi strutturali sull’educazione relazionale, sull’affettività e sull’integrazione sociale, considerati veri antidoti alla violenza. «Investire sulla prevenzione significa agire sulle cause, non sulle conseguenze», ribadisce Zevio.
Il dibattito veronese riflette una frattura più ampia tra sicurezza e missione educativa della scuola. Da una parte l’urgenza di rispondere a fatti drammatici, dall’altra la necessità di non tradire la natura formativa dell’istituzione scolastica. In attesa delle prime richieste formali, resta aperta una questione fondamentale: la sicurezza si costruisce con barriere fisiche o con relazioni umane solide?
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