A Verona fare la spesa sta diventando un’emergenza economica. L’inflazione colpisce con forza i beni alimentari di prima necessità, portando il carrello a livelli di spesa insostenibili per una parte crescente della popolazione. Nel solo mese di novembre 2025, l’indice dei prezzi al consumo in città ha segnato un +1,6% rispetto al 2024, superando la media nazionale.
I rincari più pesanti riguardano carne, pesce, latticini, uova, frutta e caffè, con incrementi a due cifre per alcuni prodotti. Secondo i dati diffusi da Federconsumatori Verona, la carne – bovina, suina e pollame – è aumentata di oltre 5 punti percentuali, il pesce del 10,6%, mentre formaggi e latticini registrano un +7,4%, con le uova a +8,3%. Frutta, caffè e cioccolato seguono con rincari rispettivamente del 4,1%, 17% e 26,8%.
Tra il 2021 e il 2025, i prezzi dei beni alimentari in Italia sono aumentati complessivamente del 24,9%, contro un’inflazione generale del 17,3%, segnando un crollo del potere d’acquisto di oltre 8 punti. A Verona la situazione è persino più critica, con rincari che superano le medie nazionali, complice anche la pressione turistica che ha reso stabile l’aumento dei prezzi durante tutto l’anno.
La pratica della “shrinkflation” – cioè la riduzione delle quantità vendute a prezzi invariati – contribuisce ad alimentare un’inflazione occulta che colpisce soprattutto le famiglie a reddito fisso. «Sempre più persone rinunciano a beni essenziali come carne e pesce, oppure si affidano esclusivamente ai discount», afferma Maurizio Framba di Federconsumatori Verona, evidenziando il rischio per le fasce più fragili della popolazione, come anziani e bambini, costretti a una dieta meno equilibrata.
Il turismo, da risorsa, si è trasformato in un fattore di pressione continua sui prezzi. Non più stagionale, la presenza turistica porta a una crescente domanda che incide su beni e servizi, senza una redistribuzione equa della ricchezza prodotta. «Il turismo porta benefici, ma resta da capire a chi vanno realmente», sottolineano da Federconsumatori.
Il quadro tracciato dall’associazione dei consumatori evidenzia come il ceto medio si stia lentamente dissolvendo, schiacciato tra la stagnazione dei salari e il costo crescente della vita. Le famiglie modificano le proprie abitudini: acquistano solo in offerta, scelgono prodotti prossimi alla scadenza, tagliano sulle quantità o rinunciano alla qualità.
Oltre ai generi alimentari, aumentano anche i costi per la salute e l’istruzione, con rincari nei servizi sanitari (+2,1%), negli affitti di garage e nelle spese scolastiche delle superiori. Il disagio sociale cresce, e con esso la richiesta di interventi strutturali da parte delle associazioni di tutela.
Il Manifesto promosso a livello nazionale propone misure concrete come:
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rafforzare i poteri della Commissione di allerta rapida sui prezzi per contrastare le speculazioni;
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introdurre norme contro la shrinkflation;
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rimodulare l’IVA sui beni di largo consumo, con un risparmio stimato di 500 euro annui a famiglia;
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separare le accise dall’IVA sui carburanti;
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istituire fondi di sostegno per i nuclei vulnerabili colpiti dal caro spesa e dai rincari energetici;
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rinnovare i contratti collettivi e adeguare le pensioni al costo della vita.
Tra le azioni annunciate per sensibilizzare l’opinione pubblica, lo “sciopero del carrello” è una delle iniziative simboliche più forti proposte dalle associazioni, come forma di protesta contro il caro vita.
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