Tetto agli studenti stranieri nelle classi, nel Veronese una scuola su dieci supera il 30%

La proposta del limite massimo di alunni stranieri nelle classi riapre il confronto tra istituzioni e dirigenti scolastici. Nel territorio veronese il 17,2% degli studenti ha cittadinanza non italiana, con diverse situazioni di concentrazione

Studenti Università

Il possibile introduzione di un limite del 30% di studenti stranieri per classe riaccende il dibattito sul rapporto tra distribuzione degli alunni, integrazione e organizzazione scolastica. La misura è stata annunciata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha comunicato l’intenzione di portare il provvedimento in un prossimo Consiglio dei ministri. Il tema riguarda anche il territorio veronese, dove i dati mostrano una presenza significativa di studenti con cittadinanza non italiana in alcune scuole.

Secondo un’indagine del Cestim – Centro studi sull’immigrazione, nella provincia di Verona gli alunni con cittadinanza non italiana rappresentano il 17,2% della popolazione scolastica complessiva. La distribuzione, però, non è uniforme: il 14,9% dei plessi scolastici, pari a 118 strutture su 791, supera la soglia del 30% di studenti stranieri, mentre un ulteriore 32,6% degli istituti registra una presenza compresa tra il 15 e il 30%.

La concentrazione maggiore riguarda soprattutto i primi anni del percorso scolastico. Scuole dell’infanzia e primarie presentano infatti le percentuali più elevate di studenti stranieri, con valori superiori al 20% sul totale degli iscritti. In particolare, nella scuola dell’infanzia si registra il numero più alto di strutture con presenza elevata: circa una scuola su otto supera il 40% di alunni non italiani.

Con il proseguimento degli studi la percentuale complessiva tende invece a diminuire. Nella scuola secondaria di primo grado il dato si attesta al 16,9%, mentre nella secondaria di secondo grado scende al 12%. All’interno delle superiori emergono però differenze rilevanti: nei licei la presenza di studenti stranieri si ferma al 7,4%, mentre nei percorsi di istruzione e formazione professionale raggiunge il 31,9%.

Il limite del 30% non rappresenta una novità assoluta nel panorama scolastico italiano. Una soglia analoga era già stata prevista da una circolare del 2010 firmata dall’allora ministra dell’Istruzione Mariastella Gelmini, ma secondo i rappresentanti dei dirigenti scolastici la sua applicazione è rimasta problematica per difficoltà organizzative.

Erica Baldelli, presidente provinciale dell’Associazione nazionale presidi, evidenzia infatti alcune criticità operative. Secondo la dirigente, le scuole non dispongono di strumenti che consentano di rifiutare l’iscrizione di uno studente, salvo motivazioni legate alla disponibilità degli spazi. Una redistribuzione degli alunni comporterebbe quindi il trasferimento verso altri istituti, con possibili difficoltà per le famiglie.

Il nodo principale riguarda il rapporto tra composizione delle classi e caratteristiche dei quartieri in cui si trovano le scuole. In alcune zone con una maggiore presenza di residenti stranieri, infatti, la popolazione scolastica tende naturalmente a riflettere quella del territorio.

Sulla stessa linea si esprime Piergiorgio Sartori, presidente di Dirigentiscuola Verona, che richiama l’attenzione soprattutto sul primo ciclo di istruzione. Nei quartieri con maggiore densità migratoria, secondo Sartori, un limite rigido potrebbe comportare per alcune famiglie la necessità di iscrivere i figli in scuole più lontane, con conseguenze sulla gestione quotidiana degli spostamenti.

Diversa la posizione dell’assessora regionale all’Istruzione Valeria Mantovan, che considera il tema principalmente sotto il profilo educativo. Secondo l’assessora, ridurre concentrazioni elevate può favorire l’apprendimento della lingua italiana e creare condizioni didattiche più equilibrate per tutti gli studenti. Mantovan ha inoltre espresso sostegno alla possibilità di introdurre corsi obbligatori di italiano rivolti ai genitori stranieri dei ragazzi con difficoltà linguistiche o di integrazione.

Pur riconoscendo che una distribuzione più equilibrata degli alunni potrebbe contribuire all’inclusione, Baldelli sottolinea anche la necessità di maggiori investimenti. Per i dirigenti scolastici il tema centrale resta il potenziamento delle risorse dedicate all’insegnamento dell’italiano come seconda lingua, ai laboratori linguistici e alla mediazione culturale.

Anche Sartori indica nella formazione linguistica uno degli strumenti principali per sostenere l’integrazione scolastica, sottolineando la necessità di un intervento strutturale che coinvolga scuole, Uffici scolastici, Comuni ed enti territoriali.

Il confronto resta quindi aperto in attesa del testo definitivo del provvedimento. Le scuole, secondo i rappresentanti dei dirigenti, saranno chiamate ad applicare eventuali nuove norme, ma la loro attuazione dipenderà dalle modalità operative, dalle risorse disponibili e dalle caratteristiche dei singoli territori.

Redazione

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