Il Consiglio regionale del Veneto torna a confrontarsi con uno dei temi più delicati del dibattito politico e sociale: la disciplina del suicidio medicalmente assistito. La seduta del 1° settembre prevede infatti all’ordine del giorno la proposta di legge di iniziativa popolare che punta a stabilire procedure, responsabilità e tempi certi per le persone che, nel rispetto dei requisiti previsti dalla giurisprudenza costituzionale, chiedono di accedere all’assistenza medica alla morte.
A relazionare sul provvedimento sarà Manuela Lanzarin, presidente della quinta commissione consiliare. L’iniziativa è arrivata in Consiglio dopo una mobilitazione promossa dall’associazione Luca Coscioni, che ha raccolto più di 9.000 firme a sostegno della proposta.
Cosa prevede la proposta
Il testo mira a introdurre una disciplina regionale per definire il percorso attraverso il quale una persona può presentare e vedere esaminata una richiesta di suicidio medicalmente assistito nelle strutture sanitarie pubbliche del Veneto.
L’iniziativa si colloca nel quadro tracciato dalla Corte Costituzionale, in assenza di una normativa nazionale organica sul tema. La giurisprudenza costituzionale ha individuato condizioni specifiche per l’accesso alla procedura: la decisione deve essere libera e autonoma, il paziente deve dipendere da trattamenti di sostegno vitale e avere una patologia irreversibile, accompagnata da sofferenze fisiche o psicologiche considerate intollerabili. È inoltre necessaria la piena capacità di prendere decisioni libere e consapevoli.
Secondo i dati disponibili nei registri regionali, dal 2019 a oggi in Veneto sarebbero state presentate circa 20 richieste, tre delle quali hanno ottenuto l’autorizzazione.
Il nuovo testo interviene anche sull’iter temporale. Rispetto alla precedente versione, che fissava in 20 giorni il termine per la verifica iniziale, viene previsto l’obbligo di procedere senza ritardi ingiustificati, tenendo conto delle condizioni cliniche della persona interessata.
Il precedente del 2024
Quella che si apre in Consiglio regionale non è la prima discussione veneta sul suicidio medicalmente assistito. Il Veneto fu infatti la prima Regione italiana a portare in aula una proposta di legge di iniziativa popolare sul fine vita, il 16 gennaio 2024.
In quell’occasione il provvedimento venne respinto per un solo voto. I promotori hanno successivamente ripresentato l’iniziativa nella legislatura successiva, modificandone alcuni aspetti alla luce delle pronunce intervenute nel frattempo.
Il precedente voto continua a pesare sul confronto politico, anche perché aveva evidenziato divisioni trasversali agli schieramenti. Tra i voti contrari del 2024 ci fu quello della consigliera regionale veronese del Partito Democratico Anna Maria Bigon, una posizione che all’epoca aveva provocato forti discussioni anche all’interno del centrosinistra.
Le divisioni tra i partiti
Il nuovo passaggio in aula riapre dunque un confronto che attraversa tanto la maggioranza quanto l’opposizione. Luca Zaia ha confermato il proprio sostegno alla proposta, una posizione che trova consenso anche tra esponenti politici favorevoli all’iniziativa al di fuori dell’assemblea regionale.
Nel centrosinistra, Giovanni Manildo sostiene la necessità di approvare una disciplina regionale, collegando però il tema del fine vita al rafforzamento delle cure palliative e dell’assistenza domiciliare. Il consigliere respinge inoltre l’idea che il suicidio medicalmente assistito possa essere utilizzato per ridurre i costi della sanità a discapito delle persone più vulnerabili.
Sul fronte opposto si colloca il consigliere veronese Stefano Valdegamberi, contrario al provvedimento. La sua posizione è che la libertà di scelta possa essere realmente garantita soltanto mettendo a disposizione alternative concrete, a partire da cure adeguate, assistenza e un sistema sanitario in grado di rispondere alle esigenze dei pazienti senza tempi di attesa insostenibili.
Anche nella Lega il tema non viene affrontato attraverso una posizione di partito vincolante: prevale infatti la libertà di coscienza. Una scelta che alimenta il dibattito politico, con Davide Lovat di Resistere Veneto che considera un eventuale voto favorevole della Lega un rischio politico, soprattutto in relazione al rapporto con l’elettorato cattolico.
Il confronto sul ruolo delle cure palliative
La discussione non riguarda soltanto gli aspetti legislativi e politici. Nel dibattito è intervenuto anche Giorgio Bozza, docente di teologia morale alla Facoltà teologica del Triveneto, che ha espresso una posizione critica nei confronti della morte medicalmente procurata.
Secondo il teologo, il rischio è quello di trasformare il suicidio medicalmente assistito in una soluzione alternativa alle difficoltà che accompagnano le fasi terminali della malattia, alimentando una percezione del paziente come possibile peso per la società o per la famiglia.
Da qui l’invito a concentrarsi sul potenziamento di hospice, cure palliative e comitati etici, strumenti considerati essenziali per garantire assistenza alle persone gravemente malate e sostenere pazienti e familiari.
Dall’altra parte, Marco Cappato, intervenuto per l’associazione Luca Coscioni, ha manifestato fiducia nell’approvazione della proposta, sostenendo il diritto delle persone che rispettano i requisiti stabiliti dalla Corte Costituzionale a decidere sul proprio corpo e sulle proprie sofferenze.
Il voto del Consiglio regionale riporta così il Veneto al centro del confronto nazionale sul fine vita. La proposta dovrà misurarsi con un’assemblea nella quale le posizioni non seguono rigidamente i confini tra maggioranza e opposizione, rendendo particolarmente significativo l’esito della nuova votazione.
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