Il 2026 potrebbe rivelarsi un anno particolarmente oneroso per le famiglie e le imprese del Veneto. Secondo le elaborazioni dell’Ufficio studi della CGIA di Mestre, la spesa complessiva per carburanti, energia elettrica e gas è destinata ad aumentare di circa 2,95 miliardi di euro rispetto al 2025, una crescita che inciderebbe sensibilmente sui bilanci di cittadini e attività economiche, anche nel territorio veronese.
Le previsioni indicano che il costo complessivo delle tre principali voci energetiche passerà da 18,669 miliardi di euro nel 2025 a 21,621 miliardi nel 2026, con un incremento del 15,8%. In termini assoluti, il Veneto risulta la terza regione italiana più esposta ai rincari, preceduta soltanto da Lombardia ed Emilia-Romagna.
La componente che registrerà l’aumento più consistente sarà quella dei carburanti. Le stime parlano di una spesa destinata a salire da 6,193 miliardi a 7,466 miliardi di euro, con un aggravio di circa 1,273 miliardi, pari a un incremento del 20,6%.
L’impennata è collegata all’aumento dei prezzi registrato dopo l’inizio del conflitto nel Golfo Persico. Nell’ultima rilevazione presa in esame dalla CGIA, il prezzo medio nazionale della benzina in modalità self-service ha raggiunto 1,91 euro al litro, mentre il gasolio è arrivato a 2,04 euro al litro. Rispetto ai valori rilevati tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo, la benzina è aumentata del 14,4%, mentre il diesel ha registrato una crescita del 18,5%, con effetti che potrebbero ripercuotersi soprattutto su pendolari, imprese di trasporto e aziende della logistica.
Anche le bollette dell’energia elettrica sono destinate a incidere in maniera significativa sui conti di famiglie e imprese. La spesa prevista in Veneto passerà da 8,314 miliardi a 9,381 miliardi di euro, determinando un incremento di 1,067 miliardi, corrispondente al 12,8%.
Il rincaro è legato all’andamento del mercato energetico. Il prezzo dell’energia elettrica è infatti passato da 106,7 euro per megawattora registrati prima dell’escalation del conflitto a oltre 161 euro per megawattora a metà luglio, con un incremento superiore al 51%. Per questa voce il Veneto rappresenta la seconda regione italiana maggiormente interessata dagli aumenti in termini assoluti.
Anche il gas contribuirà ad appesantire la spesa energetica complessiva. Secondo le stime della CGIA, nel 2026 il costo sostenuto in Veneto salirà da 4,162 miliardi a 4,774 miliardi di euro, con un aumento di circa 611 milioni e una crescita percentuale del 14,7%.
L’andamento dei prezzi conferma questa tendenza. Il valore del gas naturale è infatti passato da poco più di 32 euro per megawattora registrati a fine febbraio a circa 57 euro, facendo segnare un incremento superiore al 70%. Anche per questa voce il Veneto si colloca tra le regioni italiane maggiormente colpite dagli aumenti.
Le previsioni elaborate dalla CGIA riguardano l’intero territorio nazionale. Se gli attuali livelli dei prezzi dovessero mantenersi fino alla fine dell’anno, nel 2026 la spesa energetica italiana aumenterebbe complessivamente di 28,9 miliardi di euro. L’incremento maggiore interesserebbe i carburanti, con 13,6 miliardi di euro in più, seguiti dall’energia elettrica con 10,2 miliardi e dal gas con ulteriori 5 miliardi.
Nel complesso, famiglie e imprese italiane passerebbero da una spesa di 180,7 miliardi di euro nel 2025 a oltre 209,6 miliardi nel 2026, registrando un incremento medio del 16%.
Per fronteggiare i rincari, la CGIA ricorda che il Governo ha già destinato 7 miliardi di euro a misure di sostegno, dei quali 5 miliardi rivolti a contenere l’impatto delle bollette di luce e gas e 2 miliardi destinati alla riduzione delle accise su benzina e diesel. Secondo l’associazione, tuttavia, queste risorse coprirebbero soltanto una parte degli aumenti previsti.
Tra le ipotesi allo studio figurano ulteriori interventi economici per circa 7 miliardi di euro entro l’autunno, in vista della prossima Legge di Bilancio. La CGIA auspica inoltre un’iniziativa coordinata a livello europeo, chiedendo misure condivise contro il caro energia e la possibilità di escludere temporaneamente tali stanziamenti dal calcolo del rapporto tra deficit e Prodotto interno lordo.
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