Una vasta operazione dei carabinieri ha coinvolto anche la provincia di Verona nell’ambito di un’inchiesta sul presunto favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. L’attività investigativa ha portato all’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 29 persone indagate per associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e per le ipotesi di favoreggiamento aggravato.
L’indagine, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Lecce insieme alla Procura di Taranto, ha interessato diversi territori italiani. Oltre a Verona, sono state coinvolte le province di Taranto, Lecce, Foggia, Matera, Campobasso, Milano, Ragusa e Latina. Nella fase operativa dell’intervento hanno partecipato anche i militari del Comando provinciale dei carabinieri di Verona.
Il presunto meccanismo attraverso il Decreto Flussi
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, al centro dell’inchiesta ci sarebbe un’organizzazione che avrebbe utilizzato il sistema del Decreto Flussi per agevolare l’ingresso irregolare di cittadini extracomunitari in Italia attraverso false domande di assunzione.
Le richieste di lavoro, secondo l’ipotesi accusatoria, sarebbero state predisposte attraverso un CAF con sede a Taranto e avrebbero potuto contare sulla collaborazione di imprenditori disponibili a figurare come datori di lavoro in diversi ambiti produttivi.
Le indagini avrebbero fatto emergere un sistema basato sulla presentazione di pratiche formalmente regolari ma, secondo gli inquirenti, prive di un reale rapporto lavorativo. In questo modo, gli stranieri avrebbero ottenuto documentazione necessaria per l’ingresso nel territorio italiano.
Pagamenti fino a 6.500 euro per ottenere i documenti
Uno degli elementi principali emersi dall’inchiesta riguarda i compensi richiesti ai cittadini stranieri coinvolti. Secondo l’accusa, gli aspiranti lavoratori avrebbero versato somme fino a 6.500 euro per ottenere il nulla osta e il visto d’ingresso.
La ricostruzione investigativa ipotizza una suddivisione delle somme: circa 5.000 euro sarebbero stati destinati agli imprenditori che avrebbero fornito la disponibilità delle assunzioni, mentre altre quote sarebbero state destinate ai promotori del sistema e agli intermediari.
Dopo l’arrivo in Italia, sempre secondo l’ipotesi accusatoria, molti lavoratori sarebbero stati impiegati in nero presso aziende differenti rispetto a quelle indicate nelle richieste iniziali. In alcuni casi, gli stessi lavoratori avrebbero anche sostenuto direttamente costi contributivi collegati ai rapporti di lavoro fittizi.
Una rete organizzata tra intermediari e imprese
L’attività investigativa avrebbe inoltre individuato una struttura composta da diversi soggetti con ruoli distinti: promotori, intermediari e imprenditori. Gli investigatori avrebbero rilevato l’utilizzo di chat criptate e sistemi di comunicazione con termini in codice per organizzare pratiche e trasferimenti di denaro.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, il presunto sistema avrebbe sfruttato la situazione di difficoltà economica di numerosi lavoratori stranieri, alcuni dei quali avrebbero contratto debiti o ceduto beni personali per sostenere i costi necessari al viaggio e alle procedure di ingresso.
L’operazione rappresenta un intervento su scala nazionale contro un fenomeno che riguarda l’utilizzo illecito delle procedure previste per l’inserimento lavorativo di cittadini stranieri. Le responsabilità delle persone coinvolte saranno valutate nel corso del procedimento giudiziario.
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