Cinquant’anni fa il terremoto del Friuli: Verona si mobilitò tra aiuti e paura

Il sisma del 6 maggio 1976 sconvolse il Nord Italia: dalla città partirono viveri, medicine, volontari e sostegno concreto alle popolazioni colpite

terremoto del fiuli

Il 6 maggio 1976 il terremoto del Friuli sconvolse il Nord Italia lasciando dietro di sé distruzione, morte e migliaia di sfollati. A cinquant’anni da quella tragedia, resta viva anche a Verona la memoria di una notte che seminò paura e spinse l’intera città a mobilitarsi per aiutare le popolazioni colpite.

Alle 21.12 una violenta scossa di magnitudo 6.4 della scala Richter colpì il Friuli Venezia Giulia. In meno di un minuto vennero devastati 45 comuni tra le province di Udine e Pordenone, con Gemona, Venzone e Artegna tra i centri più colpiti. Il bilancio finale fu drammatico: 989 vittime, centinaia di migliaia di persone coinvolte e oltre 45mila sfollati.

Il terremoto, conosciuto in Friuli come il grido dell’“Orcolat”, arrivò chiaramente anche a Verona. Nei quartieri cittadini tremarono i palazzi più alti e migliaia di persone si riversarono improvvisamente in strada senza sapere cosa stesse accadendo.

La paura attraversò l’intera città, con famiglie che passarono ore all’aperto, bambini in braccio e coperte recuperate dalle automobili. Molti residenti dei condomini scesero di corsa per le scale, temendo nuovi crolli o ulteriori scosse.

In quei primi minuti le comunicazioni con il Friuli risultarono quasi completamente interrotte. Solo successivamente, attraverso gli appelli radio e le prime comunicazioni della Rai, l’Italia comprese la gravità della situazione.

La redazione de L’Arena lavorò per tutta la notte raccogliendo testimonianze e aggiornamenti. Dalle forze dell’ordine friulane arrivarono richieste disperate di aiuto: “Non pensate a scrivere, mandate soccorsi”, fu uno degli appelli che raggiunsero Verona nelle ore immediatamente successive al sisma.

La risposta della città fu immediata. Dal capoluogo scaligero partirono colonne di aiuti cariche di viveri, medicinali, coperte, letti e indumenti destinati alle zone terremotate.

Comune, Prefettura, ospedali e associazioni si attivarono rapidamente per coordinare i soccorsi. Gli istituti ospedalieri inviarono sangue, vaccini antitetanici e medicinali, mentre Croce Rossa, Caritas e diocesi organizzarono raccolte e assistenza.

Anche le forze armate ebbero un ruolo centrale nelle operazioni. La brigata meccanizzata Brescia, insieme agli alpini, partì verso il Friuli con tende, cucine da campo, materassi e materiale di prima necessità.

Numerose aziende veronesi contribuirono concretamente agli aiuti. Le Officine Galtarossa inviarono sacchi a pelo e indumenti, mentre Mondadori mise a disposizione centinaia di tende per gli sfollati.

La solidarietà coinvolse anche lavoratori e cittadini comuni. Gli operai metalmeccanici donarono un’ora di lavoro, i camerieri una giornata di stipendio e molte famiglie offrirono appartamenti, roulotte e camper per ospitare chi aveva perso la casa.

Fondamentale fu anche il contributo dei giovani volontari e degli scout veronesi. Gli scout dell’Agesci collaborarono con la Protezione civile e le forze armate nei campi di lavoro organizzati nei mesi successivi al terremoto.

Gli scout del Cngei di Verona, già la mattina del 7 maggio, si misero a disposizione della Prefettura con decine di ragazzi impegnati nel carico di autotreni diretti verso Gemona. In appena 48 ore contribuirono all’allestimento di una tendopoli da 2mila posti.

Anche L’Arena promosse una raccolta fondi che in dieci giorni raggiunse 51 milioni di lire, diventando inoltre un punto di riferimento per il coordinamento delle iniziative solidali sul territorio.

A Verona il terremoto provocò pochi danni strutturali, ma lasciò comunque segni evidenti. Vennero registrati cornicioni crollati, crepe in alcune abitazioni del centro storico e problemi in diversi edifici pubblici.

Tra le strutture colpite figuravano l’asilo di Poiano, alcune scuole e la chiesa di Dolcè. Anche alcuni monumenti subirono lievi danni, tra cui il Duomo, la Gran Guardia e la Casa di Giulietta.

Uno degli aspetti più drammatici emersi nei giorni successivi riguardò quaranta donne in gravidanza, che a causa dello shock e del trauma provocato dal sisma persero i loro bambini.

Nonostante la paura e le ferite lasciate da quella notte, Verona riuscì a reagire con grande solidarietà. L’immagine dell’Arena rimasta intatta in piazza Bra divenne simbolo di resistenza e rassicurazione per una città segnata dal terremoto ma pronta ad aiutare chi aveva perso tutto.

Redazione

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