Si è concluso con una condanna a 22 anni e 6 mesi di reclusione il processo per l’omicidio di Franco Campagnari, avvenuto il 12 luglio 2024 a Lazise. La Corte d’Assise di Verona ha ritenuto colpevole il figlio Marco Campagnari, 48 anni, responsabile dell’aggressione mortale avvenuta all’interno dell’abitazione di famiglia.
La pena stabilita è leggermente inferiore rispetto alla richiesta avanzata dalla Procura, che aveva sollecitato una condanna a 24 anni di carcere.
Dinamica dell’omicidio e motivazioni
Secondo quanto emerso nel corso del processo, l’imputato colpì il padre con 99 coltellate, in un episodio descritto dai giudici come particolarmente violento. La vittima, 67 anni, è deceduta a seguito delle ferite riportate.
Alla base del gesto vi sarebbe un conflitto familiare legato alla gestione dell’abitazione. La decisione del padre di vendere la casa avrebbe scatenato la reazione dell’imputato, contrario a lasciare l’immobile in cui viveva.
Capacità di intendere e di volere confermata
Uno degli elementi centrali del procedimento ha riguardato la valutazione delle condizioni psichiche dell’imputato. La Corte ha stabilito che Marco Campagnari fosse pienamente capace di intendere e di volere al momento dei fatti, escludendo quindi attenuanti legate a eventuali incapacità.
Questa valutazione ha avuto un peso determinante nella definizione della responsabilità penale e nella quantificazione della pena.
Risarcimenti e misure accessorie
Oltre alla condanna detentiva, il tribunale ha disposto anche misure accessorie. Al termine della pena, l’imputato dovrà scontare tre anni di libertà vigilata, come previsto dalla sentenza.
È stato inoltre stabilito il risarcimento delle parti civili coinvolte nel processo. Tra i beneficiari figurano il fratello della vittima, la compagna e alcuni familiari, con una provvisionale immediatamente esecutiva fissata a 200mila euro.
Un caso di forte impatto sul territorio
L’episodio ha suscitato particolare attenzione per la sua gravità e per il contesto familiare in cui si è verificato. La violenza dell’azione e il movente legato a dinamiche domestiche hanno reso il caso emblematico, evidenziando le possibili degenerazioni dei conflitti familiari.
La sentenza della Corte d’Assise chiude il primo grado di giudizio, delineando una ricostruzione dei fatti ritenuta coerente con le prove raccolte nel corso delle indagini.
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