La crisi in Medio Oriente rischia di avere effetti concreti anche sull’economia veronese. L’allargamento del conflitto tra Israele, Stati Uniti e Iran e la chiusura dello stretto di Hormuz stanno già incidendo sui mercati energetici e sugli scambi commerciali internazionali, con ripercussioni potenziali su export e costi di produzione.
Dallo stretto di Hormuz transita circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale. La sua chiusura, annunciata dai pasdaran iraniani, ostacola il traffico marittimo verso il Canale di Suez e il Mediterraneo. Nelle ultime ore le quotazioni di petrolio e gas hanno registrato rialzi significativi, alimentando timori per un nuovo caro energia.
Secondo Roberto Ricciuti, docente di Economia politica all’Università di Verona, lo scenario non è destinato a risolversi rapidamente. «Lo scontro avrà tempi lunghi», osserva, sottolineando come in Iran non emerga una leadership transitoria in grado di garantire una fase di stabilizzazione post-conflitto. In assenza di un’alternativa politica solida, la crisi potrebbe protrarsi, aumentando l’incertezza sui mercati internazionali.
Le ricadute non riguardano solo il quadro geopolitico ma anche il sistema produttivo locale. Le imprese venete, e in particolare quelle veronesi, intrattengono rapporti commerciali significativi con i Paesi della Penisola Arabica. Secondo i dati elaborati dall’Ufficio Studi di Confartigianato Veneto su base Istat, nel 2025 le esportazioni regionali verso Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Israele, Qatar, Kuwait e Iran hanno sfiorato i 2 miliardi di euro, pari al 3,4% dell’export complessivo.
La crescita è stata trainata soprattutto dagli Emirati Arabi Uniti, che negli ultimi due anni hanno incrementato del 42,3% gli scambi con il Veneto, diventando una destinazione strategica per la diversificazione dei mercati. Per Verona, gli Emirati rappresentano il 33esimo mercato di sbocco, con esportazioni pari a 92,4 milioni di euro (+11,5%), mentre l’Arabia Saudita si colloca al 36esimo posto con 72 milioni (+7,3%).
Diversa la situazione per l’Iran. La Repubblica Islamica, che nel 2023 acquistava merci veronesi per quasi 16 milioni di euro, nel 2024 ha ridotto la domanda a 8,9 milioni (-44,2%), scivolando all’87esima posizione tra i partner commerciali della provincia. Le importazioni dall’Iran si attestano invece a 5,2 milioni di euro, con una flessione più contenuta (-1,9%).
Tra i principali prodotti esportati da Verona figurano i macchinari per la lavorazione della pietra, mentre dall’Iran arriva soprattutto materiale lapideo grezzo. Una parte rilevante dei rapporti economici tra il territorio scaligero e Teheran è legata al comparto marmifero e alla vetrina internazionale di Marmomac, punto di riferimento per il settore.
L’eventuale estensione del conflitto potrebbe però compromettere temporaneamente l’accesso a questi mercati, con effetti sulle micro e piccole imprese che costituiscono l’ossatura del tessuto produttivo locale. Confartigianato Imprese Veneto evidenzia come le tensioni in atto rappresentino una minaccia non solo umana e sociale ma anche economica.
Sul fronte energetico, le preoccupazioni sono altrettanto forti. Le imprese italiane, già oggi, sostengono costi dell’energia elettrica superiori alla media europea. Secondo le stime citate da Confartigianato, per i consumi inferiori a 2mila MWh il differenziale annuo ammonta a 5,4 miliardi di euro. Un ulteriore aumento dei prezzi potrebbe tradursi in un sensibile incremento dei costi di produzione, con ripercussioni sulla competitività internazionale.
Anche il comparto metalmeccanico guarda con apprensione all’evolversi della situazione. Le imprese energivore, dopo una fase di relativa stabilità, potrebbero tornare a fare i conti con rincari e rallentamenti produttivi.
In un contesto di forte incertezza geopolitica, l’economia veronese si trova così esposta a una doppia minaccia: la possibile contrazione dell’export verso l’area mediorientale e l’aumento dei costi energetici. L’evoluzione del conflitto sarà determinante per comprendere l’entità delle ricadute sul sistema produttivo locale, già alle prese con un quadro internazionale complesso.
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