Magistrati e avvocati uniti sulla Dda: Verona chiede un presidio antimafia

Sintonia tra addetti ai lavori sulla necessità di una Corte d’Appello e di una Direzione distrettuale antimafia in città. L’appello: serve un’iniziativa politica forte verso il Governo

Magistrati, avvocati e rappresentanti della società civile trovano un raro punto di convergenza su un tema centrale per il territorio veronese: la necessità di istituire una Corte d’Appello a Verona, passaggio fondamentale per l’insediamento di una Direzione distrettuale antimafia (Dda). Un’esigenza che, secondo gli addetti ai lavori, non è più rinviabile e che richiede una presa di posizione chiara da parte della politica locale nei confronti del Governo.

Nonostante divisioni profonde su altri fronti delicati, come il prossimo referendum sulla giustizia, sul rafforzamento dei presidi giudiziari contro la criminalità organizzata il fronte appare compatto. L’idea di una Dda a Verona circola da anni, ma finora non si è mai tradotta in un risultato concreto.

A sottolineare la dimensione temporale del dibattito è Ernesto D’Amico, presidente del Tribunale di Verona, che ricorda come il tema sia sul tavolo da decenni. «Sono a Verona dal 1987 e da allora sento parlare dell’istituzione di una Corte d’Appello, e più recentemente della Direzione distrettuale antimafia», afferma. Secondo D’Amico, però, il nodo non è tecnico ma politico: senza la capacità della classe dirigente locale di imporre la questione a livello centrale, il confronto rischia di restare sterile.

Per il presidente del Tribunale, l’opportunità di una Dda sul territorio veronese è ormai evidente, come dimostrano procedimenti giudiziari di rilievo già celebrati e altri in arrivo, tra cui i processi Isola Scaligera e Taurus. «Non c’è nemmeno bisogno di discuterne», osserva, evidenziando come appaia paradossale perseguire altri progetti giudiziari minori senza affrontare quello della Corte d’Appello a Verona.

Una valutazione condivisa anche dall’avvocatura. Stefano Gomiero, presidente della Camera penale veronese, parla di un «dato di fatto»: la presenza della criminalità organizzata a Verona e in provincia è ormai accertata. Da qui la necessità, secondo Gomiero, di dotare il territorio di strumenti adeguati, sia attraverso la Corte d’Appello sia mediante una procura antimafia, anche come sede distaccata di Venezia.

Gomiero ricorda come il dibattito accompagni la città almeno dalla metà degli anni Novanta. «Ne sento parlare dal 1995», sottolinea, auspicando che i tempi di realizzazione non si dilatino ulteriormente, come accaduto in passato per altre riforme della giustizia. Il riferimento è anche al lungo percorso che ha preceduto l’attuale consultazione referendaria, prevista per marzo, su temi strutturali dell’ordinamento giudiziario.

Un contributo decisivo al dibattito arriva dal mondo dell’associazionismo, in particolare da Avviso Pubblico, da anni impegnata nel contrasto alle mafie. Il coordinatore Pier Paolo Romani richiama l’attenzione sull’appello unitario promosso nel 2024 dai sindaci dei 98 comuni della provincia di Verona, indirizzato ai ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi, per chiedere formalmente l’istituzione della Dda.

Secondo Romani, la richiesta si fonda su elementi oggettivi e numeri significativi. Verona risulta infatti la prima provincia per segnalazioni di operazioni finanziarie sospette, un indicatore ritenuto cruciale per misurare il livello di penetrazione delle organizzazioni criminali nell’economia legale. A questo si aggiungono circa trenta interdittive antimafia emesse negli ultimi tre anni e mezzo, comprese due legate ai lavori per le Olimpiadi.

«Non si parla più soltanto di infiltrazioni, ma di un vero e proprio radicamento della criminalità organizzata», avverte Romani, sottolineando come il rafforzamento dei controlli giudiziari e investigativi rappresenti una risposta necessaria a una realtà ormai strutturata.

A due anni da quell’appello, però, i riscontri istituzionali appaiono parziali. Se dal ministro dell’Interno Piantedosi sono arrivati segnali di attenzione, dal ministero della Giustizia non è giunta alcuna risposta ufficiale, nonostante i tentativi di interlocuzione.

Nel quadro che emerge, la richiesta di una Dda a Verona non viene più presentata come un’opzione, ma come una necessità condivisa da chi opera quotidianamente nel sistema giudiziario e da chi monitora i fenomeni criminali. Ora, secondo magistrati, avvocati e associazioni, la responsabilità passa alla politica locale, chiamata a esercitare una pressione concreta sul Governo affinché il progetto esca finalmente dalla fase delle dichiarazioni e diventi realtà.

Redazione

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