Esplosione di Castel d’Azzano, nuove querele dai residenti

Dopo l’indagine per strage, i fratelli Ramponi devono affrontare anche l’accusa di danneggiamento

All’indagine per strage che coinvolge i fratelli Dino e Franco Ramponi si aggiunge ora un ulteriore capitolo: alcune famiglie che vivono accanto al casolare esploso il 14 ottobre a Castel d’Azzano hanno presentato formali querele per danneggiamento. Secondo le segnalazioni, l’onda d’urto della deflagrazione avrebbe provocato gravi lesioni alle abitazioni vicine, oltre alla distruzione dell’edificio di via San Martino.

Le denunce dei residenti, acquisite dagli inquirenti, emergono nelle motivazioni con cui il tribunale del Riesame di Venezia ha respinto le richieste di attenuazione della custodia cautelare per i due fratelli, ora detenuti a Montorio. Un elemento che complica il quadro giudiziario e rafforza la posizione dell’accusa.

La linea della difesa: “Evento non intenzionale”

La difesa, rappresentata dagli avvocati Fabio Porta e Domenico Esposito, sostiene che l’esplosione sarebbe stata un crollo localizzato, non un piano premeditato. Secondo questa versione, i punti strutturali più fragili dell’edificio sarebbero ceduti dopo l’innesco iniziale, mentre la morte dei tre carabinieri – Marco Piffari, Valerio Daprà e Davide Bernardello – sarebbe stata causata dal crollo e non dall’onda d’urto.

L’avvocato Esposito afferma che le altre bombole presenti non avrebbero potuto detonare grazie alla presenza di una cintura d’acciaio che ne impediva il movimento. Una tesi che mira a ridimensionare la pericolosità del materiale rinvenuto all’interno del casolare.

L’ipotesi accusatoria: un piano preordinato

Di tutt’altro avviso la Procura, che ricostruisce un quadro allarmante. All’interno dell’edificio sono state trovate due molotov artigianali e otto bombole di gas, due delle quali già aperte. Le immagini della bodycam di uno dei militari mostrerebbero Maria Luisa Ramponi mentre si avvicina alle bombole pochi istanti prima dell’innesco con un accendino.

La donna, attualmente ricoverata all’ospedale di Borgo Trento per ustioni gravissime, non è ancora stata interrogata dalla giudice Carola Musio. Dagli atti del Riesame emergerebbe un’ulteriore dichiarazione: durante i soccorsi, avrebbe affermato di essere “pronta a provocare nuove esplosioni”. Una frase che, secondo gli inquirenti, rinforza la tesi della premeditazione.

Le famiglie colpite chiedono giustizia

Il quartiere attorno al casolare vive da settimane tra disagi, timori e perizie tecniche. Oltre al trauma dell’esplosione – che ha provocato 27 feriti – i residenti denunciano danni agli infissi, a strutture portanti e a impianti privati. Da qui la decisione di sporgere querela per ottenere un riconoscimento formale dei danneggiamenti subiti.

Le loro denunce, ora parte integrante dell’indagine, aggiungono un nuovo elemento alla complessa vicenda che coinvolge la famiglia Ramponi. Secondo la Procura, quanto accaduto non può essere interpretato come un incidente domestico, ma come l’esecuzione di un piano potenzialmente catastrofico per l’intera comunità.

Indagini in corso

Mentre la magistratura prosegue l’approfondimento tecnico e documentale, il quadro investigativo si arricchisce di nuovi tasselli. Le querele dei cittadini, unite alle intercettazioni e alle immagini delle bodycam, marcano un ulteriore passaggio nelle responsabilità penali dei fratelli Ramponi.

Redazione

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