Ombre pesanti si allungano su Verona dal maxi-processo contro la ‘ndrangheta in corso a Crotone, dove il collaboratore di giustizia Domenico Mercurio, ex “fatturista” della cosca Arena di Isola Capo Rizzuto, ha fornito dichiarazioni che coinvolgerebbero direttamente l’amministrazione dell’ex sindaco Flavio Tosi, pur non risultando quest’ultimo indagato.
Durante il dibattimento del procedimento Glicine-Acheronte, Mercurio ha parlato di un presunto sostegno elettorale organizzato da ambienti vicini alla criminalità calabrese a favore di Tosi. Il meccanismo – secondo quanto riferito dal pentito – sarebbe stato orchestrato attraverso l’associazione Res, fondata dallo stesso Mercurio. Un centinaio di operai calabresi, impiegati nelle sue aziende, sarebbero stati trasferiti fittiziamente nella provincia di Verona per ottenere la residenza e votare a favore dell’allora candidato.
Al centro delle rivelazioni anche un presunto accordo tra Tosi ed Elio Nicito, che avrebbe garantito il supporto elettorale in cambio di incarichi amministrativi, come una delega all’edilizia o altre posizioni con portafoglio, a vantaggio di un referente dei clan. Sempre secondo il racconto del pentito, questo patto si sarebbe poi tradotto in un sistema di appalti pubblici assegnati formalmente ad aziende locali, che però subappaltavano i lavori a imprese collegate alla ‘ndrangheta, lucrando tramite fatture false e operazioni fittizie.
Il nome di Mauro Prospero, imprenditore veronese già colpito da più interdittive antimafia, è emerso tra le figure centrali. Prospero sarebbe stato socio della famiglia Giardino di Isola Capo Rizzuto, già coinvolta nel processo Isola Scaligera, e secondo Mercurio avrebbe versato mensilmente 150.000 euro provenienti da appalti ferroviari per la produzione di documenti contabili falsi. Prospero è anche citato nel tentativo di acquisizione di un albergo vicino a Gardaland, insieme a Mario Megna, nipote di un boss.
Le dichiarazioni di Mercurio hanno scatenato forti reazioni politiche. Il Partito Democratico veronese ha espresso «preoccupazione e indignazione», chiedendo che Tosi chiarisca pubblicamente le circostanze e che si proceda a una verifica completa sugli appalti assegnati durante la sua amministrazione. I democratici chiedono anche un’indagine sul meccanismo di residenza fittizia utilizzato per alterare il voto.
Anche il candidato di Alleanza Verdi e Sinistra, Michele Bertucco, ha rilanciato l’allarme sulle infiltrazioni mafiose nella provincia di Verona, evidenziando che già tra il 2007 e il 2017 sono emerse situazioni simili nei procedimenti giudiziari Isola Scaligera e Taurus. Bertucco chiede l’istituzione di una Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) e di una Direzione Investigativa Antimafia (DIA) a Verona, per rafforzare la presenza dello Stato.
Il movimento civico Traguardi ha parlato di «inquietudine crescente» e invocato un’azione di verità istituzionale, mentre si moltiplicano le richieste di un chiarimento urgente sulla gestione degli appalti pubblici durante l’epoca tosiana.
L’inchiesta e le dichiarazioni del pentito Mercurio, ora agli atti del maxi-processo, riaprono il dibattito sulla presenza mafiosa nel Nord Italia e rilanciano la necessità di misure preventive più efficaci. Di tutto questo si discuterà anche pubblicamente nel corso dell’incontro “La mafia in Veneto c’è! Cosa può fare la Regione?”, in programma giovedì 13 novembre a Verona, al centro Tommasoli.
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