“Lo dico da quando sono arrivato: a Verona è assolutamente necessaria una sezione della DDA. Invece zero, non è successo nulla”. È un atto d’accusa diretto e senza mezzi termini quello pronunciato dal Procuratore della Repubblica di Verona, Raffaele Tito, durante il convegno promosso da Avviso Pubblico nella sede della Camera di Commercio. L’incontro, dedicato a “La mafia-impresa: come riconoscerla, come prevenirla”, ha offerto l’occasione per riflettere sulle forme di penetrazione mafiosa nei circuiti economici e sulla necessità di strumenti adeguati per contrastarle.
Una richiesta rimasta inascoltata per oltre tre decenni
Tito ha riportato alla memoria la prima richiesta formale di istituire una sezione della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) a Verona, avanzata dall’allora Procuratore Guido Papalia nel 1991. Da allora, sono passati 34 anni senza che nulla si sia mosso sul piano istituzionale. Una mancanza di risposte che pesa, soprattutto alla luce delle infiltrazioni mafiose sempre più sofisticate e radicate anche nel tessuto produttivo del Nord Italia.
Il Procuratore ha messo a confronto la realtà veronese con quella di altre città come Palermo o Salerno, dove la dotazione organica delle Procure è ben più strutturata. Una disparità che, secondo Tito, limita fortemente le capacità operative del sistema giudiziario locale, lasciando ampi spazi alle organizzazioni criminali.
Solo tre magistrati DDA per tutto il Veneto
Il quadro emerso dalle parole del Capo della Procura è preoccupante. In tutto il Veneto, ha spiegato, sono attualmente solo tre i magistrati in forza alla DDA di Venezia, chiamati a seguire i casi di infiltrazione mafiosa in sette province. Una sproporzione che rende impossibile un controllo capillare, soprattutto in territori economicamente strategici come quello veronese.
A nulla è servita nemmeno una lettera firmata da tutti i 98 sindaci della provincia di Verona, che sostenevano la necessità di creare un presidio antimafia stabile e operativo sul territorio. Un appello bipartisan e istituzionalmente forte, ma rimasto senza riscontro.
Le infiltrazioni mafiose come minaccia economica e sociale
Il tema della mafia come impresa – filo conduttore del convegno – è centrale nell’analisi del Procuratore Tito. La criminalità organizzata non si presenta più con i metodi violenti tradizionali, ma si insinua nelle filiere economiche, nei subappalti, nei settori dei servizi e dell’edilizia, alterando le regole del mercato e minando la fiducia nelle istituzioni.
Tito ha sottolineato l’urgenza di rafforzare la dotazione di magistrati, risorse e strumenti d’indagine. Solo con un intervento politico deciso e strutturale, ha detto, si potrà contrastare con efficacia un fenomeno che rischia di radicarsi anche dove, storicamente, si pensava non potesse attecchire.
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