La Regione Veneto ha individuato undici Comuni veronesi a rischio estinzione, suggerendo la fusione con enti locali limitrofi come unica strada percorribile. L’abbandono di alcune di queste realtà è attribuibile alla scarsa accessibilità ai servizi essenziali – scuole, ospedali, uffici postali e bancari – e alla mancanza di collegamenti efficienti con il resto della provincia. In altri casi, l’emergenza demografica e le difficoltà finanziarie rendono sempre più complesso garantire una gestione efficace e sostenibile.
La soluzione proposta prevede una trasformazione verso entità amministrative più strutturate, aderendo a progetti di fusione incentivati anche dal Governo centrale. Tuttavia, i tentativi precedenti non hanno avuto successo: i tre referendum svolti in provincia di Verona sono stati respinti, nonostante il supporto finanziario garantito a livello nazionale e regionale.
Una mappa delle criticità: focus sui Comuni a rischio
Secondo i dati forniti da Anci Veneto nel Piano di Riordino Territoriale (delibera n. 17/2024), sono 19 i Comuni veneti in grave difficoltà. Tra questi, Brentino Belluno e Minerbe spiccano per il drastico calo demografico, un’età media dei residenti superiore alla media regionale e una sostenibilità finanziaria sempre più precaria.
A seguire, altri cinque Comuni – Boschi Sant’Anna, Casaleone, Castagnaro, Selva di Progno e Terrazzo – evidenziano una criticità medio-alta, mentre per Brenzone, Malcesine, Gazzo e Sorgà si parla di un rischio medio-basso. Per tutti, la fusione è una strada da valutare seriamente per assicurare la continuità e la qualità dei servizi pubblici.
Gli incentivi economici: una spinta verso l’aggregazione
Le fusioni tra Comuni rappresentano un’opportunità concreta per ottenere economie di scala e migliorare la gestione delle risorse. L’obiettivo della Regione Veneto è ambizioso: ridurre il numero dei municipi con criticità persistenti, puntando a 500 enti entro il 2030.
Il processo di fusione è supportato da generosi contributi statali, che nel 2024 hanno raggiunto la cifra record di oltre 13 milioni di euro, distribuiti tra 14 unioni operative. Tra i nuovi beneficiari dei fondi figurano Setteville (Belluno), Sovizzo (Vicenza) e Santa Caterina d’Este (Padova). Questi incentivi, erogati per 15 anni, si affiancano a ulteriori risorse regionali e premialità per promuovere percorsi aggregativi.
Un futuro in bilico: il ruolo dei cittadini e le resistenze locali
Nonostante gli incentivi, i cittadini veneti si sono spesso opposti ai progetti di fusione. I referendum del 2017, 2018 e 2020 per unire diversi Comuni veronesi sono stati bocciati, evidenziando una scarsa accettazione delle unioni territoriali. Tuttavia, una recente modifica normativa potrebbe cambiare le carte in tavola: dal 2023, il quorum per i referendum è stato abbassato al 30%, facilitando il processo decisionale.
Tra il 2001 e il 2024, il Veneto ha già visto la scomparsa di 21 Comuni, confluiti in entità amministrative più grandi. Il direttore generale di Anci Veneto, Carlo Rapicavoli, ribadisce l’importanza di affrontare il tema con pragmatismo, superando le barriere culturali per garantire un futuro sostenibile ai territori più fragili.
Il destino dei piccoli Comuni veneti si gioca sulle reti territoriali e sulla capacità di collaborare con le realtà limitrofe. Solo unendo le forze sarà possibile superare le sfide demografiche, economiche e organizzative, assicurando un’erogazione efficiente dei servizi ai cittadini.
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