Rete clandestina smascherata in carcere

Un'indagine svela un complesso sistema di traffico e comunicazioni illecite dietro le sbarre

Un’indagine approfondita, avviata nel 2020, ha svelato un ingegnoso sistema di contrabbando all’interno di un istituto penitenziario, culminato in un processo per 14 individui.

Il fulcro dell’operazione era un telefono cellulare, utilizzato eccezionalmente per oltre 330 comunicazioni in un arco temporale di poco superiore a un mese. La metodologia impiegata era apparentemente semplice ma efficace: sostanze illecite venivano fatte pervenire all’interno della struttura mediante lanci che superavano il perimetro murario, per poi essere recuperate nell’area del campo sportivo dagli interni destinatari. Le coordinate di queste operazioni venivano trasmesse attraverso l’uso di un dispositivo mobile, sotto il controllo della cabina di regia dell’operazione.

La prima ondata di sentenze, guidata dal procuratore Carlo Boranga, si è materializzata nel 2022, evidenziando non solo il traffico di sostanze proibite ma anche l’uso improprio di apparecchiature di telecomunicazione all’interno delle mura penitenziarie. Il 24 gennaio, i 14 imputati sono stati chiamati a rispondere di queste accuse di fronte al giudice per le indagini preliminari Luciano Gorra, con l’udienza successivamente posticipata a ottobre, data la detenzione degli imputati in diversi istituti.

Le indagini hanno inizialmente messo in luce la distribuzione di narcotici, per poi espandersi alla scoperta di un nucleo ristretto di individui che orchestrava il traffico. Tra questi, Issam Fauori e Mohamed Hosni, di origine marocchina, insieme a Slim Kais, Tijani Channoufi e Imed Channoufi, di radici tunisine, hanno visto la loro vicenda giudiziaria concludersi con sentenze variabili da un minimo di otto mesi a un massimo di quattro anni e quattro mesi.

La successiva fase investigativa ha incluso intercettazioni telefoniche, che hanno rivelato dettagli sia sul traffico di droga sia sull’uso del telefono cellulare da parte di 14 detenuti. Tra questi, alcune comunicazioni erano sporadiche, altre si limitavano a pochi messaggi, mentre figure come Tijani Channoufi si sono distinte per una comunicazione assidua con l’esterno, contabilizzando fino a 146 scambi in poco più di un mese.

Queste operazioni erano spesso coordinate con grande attenzione ai dettagli, comprese le specifiche su tipo e quantità di sostanze da inviare. I pagamenti per tali consegne venivano effettuati tramite depositi bancari realizzati dai familiari dei detenuti su conti affiliati ai capi dell’operazione.

L’indagine ha inoltre rivelato il contrabbando di SIM e componenti telefonici, ampliando ulteriormente lo spettro delle attività illecite.

Redazione

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