Con 532 voti favorevoli, il Parlamento Europeo ha approvato l’8 ottobre l’emendamento che vieta l’uso di denominazioni legate alla carne per i prodotti vegetali, ampliando una normativa già in vigore e segnando una nuova tappa nella regolamentazione del settore alimentare. La misura, ribattezzata mediaticamente “Burger Ban”, è stata proposta dalla relatrice del Partito Popolare Europeo Céline Imart e modifica il regolamento sull’Organizzazione Comune dei Mercati Agricoli (OCM).
Termini come “bistecca vegetale”, “salsiccia vegana” o “burger di ceci” non potranno più comparire sulle confezioni di prodotti a base vegetale nei Paesi membri dell’Unione Europea, Italia inclusa, una volta che il provvedimento sarà stato discusso e ratificato anche in sede di trilogo – l’iter di confronto tra Parlamento, Consiglio e Commissione.
Un divieto che estende le restrizioni già esistenti
Fino ad oggi, la normativa comunitaria già vietava l’uso di termini come “pollo”, “bacon” o “manzo” per le alternative vegetali, ma questo nuovo emendamento si spinge oltre, colpendo etichette ormai diffuse nel linguaggio quotidiano dei consumatori. L’obiettivo dichiarato è quello di evitare confusione, garantire trasparenza e tutelare i produttori tradizionali di carne.
«Le parole contano – ha dichiarato l’eurodeputato Flavio Tosi (Forza Italia) – dietro quei nomi ci sono tradizioni, mestieri, famiglie. È una vittoria del buonsenso e della correttezza nei confronti del consumatore e di chi davvero produce carne».
Secondo Tosi, non si tratta di ostacolare l’offerta vegetariana o vegana, ma di chiamare ogni prodotto con il suo nome, evitando che le alternative plant-based “usurpino” denominazioni storicamente associate alla carne.
Le critiche: “Una battaglia di retroguardia culturale”
Dura la reazione da parte del fronte ambientalista e progressista, rappresentato tra gli altri dall’eurodeputata veneta dei Verdi Cristina Guarda, che ha votato contro l’emendamento. Per Guarda, il “Burger Ban” non protegge i produttori né informa meglio i consumatori, ma limita la libertà d’impresa e frena l’innovazione.
«Il consumo di prodotti vegetali cresce a doppia cifra ogni anno – ha sottolineato – e vietare termini ormai entrati nell’uso comune significa togliere opportunità agli agricoltori europei e ai piccoli produttori locali che vogliono posizionarsi in una filiera più sostenibile».
L’eurodeputata ha evidenziato inoltre il rischio di un divario competitivo con i mercati internazionali, dove sigle come “veggie burger” o “plant-based sausage” continueranno ad essere utilizzate, conquistando scaffali e consumatori in assenza di restrizioni.
La Corte di Giustizia UE potrebbe frenare il divieto
Un ulteriore elemento di complessità arriva dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che già nell’ottobre 2024 si era espressa su un caso analogo, stabilendo che in mancanza di definizioni legali univoche, gli Stati membri non possono vietare l’uso di termini come “salsiccia” o “burger” per prodotti vegetali, purché l’etichettatura non sia ingannevole.
Questo precedente potrebbe rappresentare un ostacolo giuridico alla piena applicazione del Burger Ban, aprendo la strada a ricorsi o richieste di chiarimento da parte delle aziende del settore alimentare plant-based.
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