Sicurezza a scuola, i presidi frenano sui metal detector

Dirigenti scolastici e psicologi mettono in dubbio l’efficacia dei controlli all’ingresso: la chiave è l’educazione e la prevenzione

studenti

Crescono i sequestri di oggetti pericolosi negli istituti scolastici, ma l’ipotesi di introdurre i metal detector non convince molti dirigenti. Dopo i recenti episodi di violenza nelle scuole italiane, come l’omicidio avvenuto in un istituto di La Spezia, il dibattito si riaccende anche a Verona, dove molti presidi sollevano dubbi sull’effettiva utilità dei controlli tecnologici, preferendo puntare su prevenzione e relazioni educative.

Piergiorgio Sartori, referente veronese del sindacato Dirigentiscuola, definisce l’idea “impraticabile”: la gestione quotidiana di centinaia di studenti, dice, renderebbe l’uso di metal detector inefficace e dispersivo. «Chi vuole realmente introdurre un’arma – spiega – troverà comunque un modo per aggirare i controlli». Sartori sottolinea inoltre come la vera prevenzione sia educativa, non repressiva, evidenziando il paradosso di chi ostacola i percorsi scolastici legati all’educazione affettiva e relazionale.

Diversi dirigenti confermano il ritrovamento sporadico di oggetti pericolosi, spesso portati con leggerezza o inconsapevolmente. Irene Grossi, alla guida del Ferraris-Fermi, racconta di coltellini e forbici sequestrati, ma anche di episodi legati allo spray urticante, utilizzato come strumento difensivo da studenti che si muovono da soli, ma facilmente passibile di un uso improprio all’interno delle aule.

Altri dirigenti si affidano a strategie di prevenzione e ascolto attivo. Nunzia Maria Borrelli, del Giorgi, parla di un progetto chiamato “Scuola competente”, in cui gruppi di studenti intervengono direttamente in classe per disinnescare tensioni prima che degenerino, promuovendo un clima collaborativo e responsabile. Episodi violenti gravi non sono mai stati registrati, sottolinea la dirigente, ma la vigilanza resta alta.

Il nodo, per molti, è relazionale più che tecnologico. Sara Agostini, responsabile di due istituti veronesi, rimarca l’importanza del dialogo costante con i ragazzi e di un’assunzione individuale di responsabilità. «Il punto – afferma – è fare in modo che non venga nemmeno in mente di portare oggetti pericolosi, e questo si ottiene con una cultura della consapevolezza».

Anche i limiti pratici sono evidenti. Mariapaola Ceccato, dirigente del Marconi, sottolinea l’inadeguatezza di strumenti come i metal detector in scuole con flussi giornalieri di oltre 1.800 studenti. «Il regolamento da solo non basta», afferma, sostenendo l’urgenza di un lavoro educativo che parta dalla discussione aperta dei rischi e delle notizie di cronaca.

Il concetto di “scuola a rischio” è inoltre considerato poco chiaro. Daniele Furlani, alla guida del Berti, si chiede chi dovrebbe decidere quali istituti rientrano in questa categoria, e invita a mantenere un rapporto di fiducia con gli studenti, anche laddove – come negli istituti alberghieri – si utilizzano quotidianamente oggetti potenzialmente pericolosi.

Il quadro generale tracciato dalle scuole è confermato anche dal punto di vista psicologico. Secondo Giuliana Guadagnini, il fenomeno della violenza tra adolescenti è in aumento, alimentato da modelli culturali aggressivi veicolati da social network e videogiochi. Guadagnini evidenzia alcuni segnali precoci di disagio, come reazioni emotive sproporzionate, difficoltà empatiche e una tendenza alla vittimizzazione, che possono sfociare in comportamenti pericolosi. La risposta, conclude, deve arrivare dalla collaborazione tra scuola, famiglie, servizi sociali e giustizia, per costruire percorsi di recupero e reinserimento autentici.

Redazione

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