È una tragedia silenziosa e ricorrente: ogni anno in Italia oltre 300 persone muoiono per annegamento, e quasi 40 di queste sono bambini. Secondo i dati più recenti dell’Istituto Superiore di Sanità, il 12% delle vittime ha meno di 18 anni. Un fenomeno che si aggrava nei mesi estivi, quando si moltiplicano le occasioni di balneazione e con esse anche i rischi legati alla mancanza di sorveglianza.
Tra il 2017 e il 2021, i dati Istat confermano 1.642 decessi per annegamento nel nostro Paese. Le fasce più colpite sono i bambini tra 1 e 4 anni, seguiti dagli adolescenti, che rappresentano oltre la metà degli annegamenti pediatrici. Il luogo più pericoloso non è il mare, ma la piscina: il 53% degli episodi fatali tra i minori fino ai 12 anni avviene proprio in vasche private o semi-pubbliche, spesso prive di sorveglianza o sistemi di sicurezza adeguati.
Il caso di Pacengo di Lazise, dove un bambino di due anni è stato salvato dopo essere finito sott’acqua, ha riacceso i riflettori su questo dramma. Lo scorso anno, nella stessa piscina, un bambino tedesco di tre anni perse la vita. Una tragica coincidenza che evidenzia quanto l’assenza di obblighi per le piscine private rappresenti un vuoto normativo da colmare con urgenza.
Nelle strutture pubbliche, le normative prevedono l’obbligo di presenza di bagnini abilitati, dotati di attrezzature specifiche per il salvataggio, in proporzione alla dimensione dell’impianto. Al contrario, nelle piscine di case vacanza, residence o ville private, non esiste alcuna imposizione di legge sulla presenza di personale addetto alla sicurezza o sull’adozione di dispositivi di protezione, come recinzioni o allarmi sonori.
Il problema principale, spiegano gli esperti, resta l’inadeguata supervisione degli adulti. Secondo il rapporto dell’ISS, un bambino può scomparire sott’acqua in meno di 20 secondi, e spesso non emette alcun rumore né chiede aiuto, sfatando l’idea che si possa sempre udire il segnale di pericolo. In molti casi documentati, i genitori o gli adulti presenti stavano leggendo, parlando al telefono o intrattenendo conversazioni, certi che avrebbero sentito eventuali segnali d’allarme.
Nicola Soliman, già presidente della Società nazionale di salvamento di Verona, ha più volte ricordato che “i bambini non percepiscono il pericolo e l’acqua li attrae irresistibilmente”. Da qui l’invito a non lasciarli mai soli, nemmeno per pochi istanti. Tra le misure preventive suggerite, Soliman propone:
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Corsi di nuoto fin dai 6 mesi di età, per aumentare la familiarità con l’acqua;
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Installazione di barriere fisiche attorno alle piscine nei contesti residenziali;
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Educazione continua degli adulti alla sorveglianza attiva e consapevole.
Ogni estate si ripete lo stesso copione, con numeri che indicano chiaramente una strage evitabile, ma che ancora non è stata affrontata con la dovuta fermezza. L’appello di medici, esperti e associazioni è unanime: serve una maggiore responsabilità da parte degli adulti, ma anche interventi normativi per obbligare alla messa in sicurezza delle piscine private, dove avviene la maggior parte delle tragedie.
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