I dati di affluenza parlano chiaro: il referendum dell’8 e 9 giugno 2025 non raggiungerà il quorum. A confermarlo sono le rilevazioni ufficiali, che alla sera di domenica 8 giugno segnalavano una partecipazione ferma al 22,7% su base nazionale. Nonostante la possibilità di votare anche nella mattinata di lunedì, la soglia del 50% più uno degli aventi diritto sembra ormai irraggiungibile, rendendo di fatto nulla la validità della consultazione.
Affluenza ai minimi storici: Verona sfiora il 24%
Nel Comune di Verona, l’affluenza ha registrato un valore leggermente superiore alla media nazionale, con un dato poco sopra al 24%. Tuttavia, il quadro complessivo della provincia è tra i peggiori in Veneto, con appena il 18% di partecipazione nei vari Comuni. Particolarmente critico il caso di Concamarise, dove solo l’8% degli elettori si è recato ai seggi. Anche a livello regionale il Veneto figura tra le realtà più astensioniste, insieme a Sicilia, Trentino-Alto Adige, Molise, Sardegna e Calabria.
Cinque quesiti, una campagna debole
Il referendum, composto da cinque quesiti dedicati a lavoro, sicurezza e cittadinanza, non ha saputo conquistare l’interesse del grande pubblico. Secondo molti osservatori, la formulazione complessa e tecnocratica delle domande ha rappresentato un primo ostacolo. A questo si è aggiunta una comunicazione tardiva e poco incisiva, che non ha saputo spiegare con chiarezza l’importanza dei temi trattati né le implicazioni del voto.
Un ruolo determinante lo ha avuto anche la sovrapposizione dei quesiti sul lavoro con quello sulla cittadinanza agli stranieri residenti, che ha attirato su di sé l’attenzione del dibattito, oscurando gli altri quattro e alimentando un’ulteriore polarizzazione ideologica. La mancanza di una strategia comunicativa differenziata e la scelta di puntare sullo slogan “5 sì” ha contribuito alla confusione e alla disaffezione generale.
Riflessioni post-voto e interrogativi per il futuro
Il voto non è ancora chiuso, ma i promotori del referendum dovranno probabilmente confrontarsi con una sconfitta annunciata. Sarà importante evitare narrazioni semplificate sulla “disfatta democratica” e piuttosto analizzare le cause di questo fallimento, tra cui spiccano la scarsa chiarezza, la frammentazione del fronte promotore e l’assenza di un vero dibattito pubblico a livello nazionale.
Anche i sindacati si sono trovati divisi: la Cisl si è apertamente opposta ai quesiti, mentre altre sigle hanno espresso posizioni più sfumate. Un segnale di frammentazione anche interna al fronte progressista, già indebolito da tensioni politiche e crisi di rappresentanza.
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