La bonifica dei Pfas, i composti chimici altamente inquinanti noti come “sostanze per sempre”, potrebbe costare 2.000 miliardi di euro nei prossimi vent’anni in Europa, pari a circa 300 milioni di euro al giorno. La stima arriva da uno studio internazionale pubblicato da Le Monde, che evidenzia l’enorme impatto economico, ambientale e sanitario di queste sostanze, utilizzate dall’industria dagli anni ’40 e oggi al centro di un grave disastro ambientale in Veneto.
Pfas: un problema senza confini
I Pfas, derivati del fluoro utilizzati in numerosi ambiti industriali, sono composti chimici noti per la loro elevata persistenza nell’ambiente. Dall’acqua al suolo, fino all’aria, queste sostanze si accumulano senza decomporsi, causando danni alla salute e all’ecosistema.
Il caso più emblematico in Europa è quello legato alla Miteni, ex azienda chimica di Trissino (Vicenza), responsabile di uno dei più gravi episodi di contaminazione da Pfas nel continente. La vicenda, che ha colpito le province di Verona, Vicenza e Padova, è sfociata in un maxi processo per disastro ambientale, che dovrebbe concludersi nella primavera del 2025.
Secondo Cristina Guarda, eurodeputata veneta di Europa Verde, “continuare a inquinare significa contrarre un debito con il futuro”. La deputata chiede un intervento radicale, come il divieto totale dei Pfas, e una revisione del regolamento europeo Reach per eliminare queste sostanze dalla produzione industriale e finanziare alternative più sostenibili.
Lobby contro restrizioni: un ostacolo per la sostenibilità
Lo studio evidenzia anche le forti pressioni esercitate dalle lobby industriali per evitare restrizioni severe sui Pfas. Secondo l’Osservatorio Europeo sulle Multinazionali, le grandi aziende, soprattutto nei settori militare e tecnologico, continuano a inquinare il dibattito pubblico. Tattiche già viste con il tabacco e i combustibili fossili vengono ora utilizzate per influenzare le decisioni delle istituzioni europee.
Cristina Guarda denuncia questa situazione: “Le lobby gonfiano i budget per esercitare pressione, ritardando decisioni cruciali come il divieto totale proposto da Danimarca, Germania, Olanda, Norvegia e Svezia.” Anche la Commissione Europea sembra meno ambiziosa rispetto al primo mandato di Ursula Von der Leyen, mostrando segnali di esitazione su restrizioni universali.
L’impatto economico e sanitario
La bonifica dei Pfas richiede interventi complessi e costosi. Gli esperti sottolineano che i 2.000 miliardi stimati sono un calcolo per difetto, considerando che non esistono metodi efficaci per eliminare completamente i Pfas dalle matrici ambientali.
Le ricadute sanitarie sono altrettanto preoccupanti: i Pfas sono collegati a diverse patologie, come problemi tiroidei, tumori e riduzione della fertilità. Greenpeace pubblicherà il 22 gennaio i risultati di uno studio sui Tfa, composti chimici generati dalla degradazione dei Pfas, rilevati nelle acque potabili italiane.
L’urgenza di un cambiamento
In Veneto, dove il tema è particolarmente sentito, la Regione e le associazioni ecologiste chiedono un impegno concreto per limitare i danni futuri. L’Università di Padova ha recentemente approfondito i dati dello studio internazionale, confermando che l’entità del problema è unica per scala e impatto economico.
La comunità scientifica sottolinea che non agire subito significa peggiorare una crisi ambientale già drammatica. “Ogni ritardo si traduce in costi maggiori e in un debito sempre più pesante con le future generazioni”, conclude Guarda.
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