Fossile di tartaruga marina di un metro e mezzo sul monte Loffa: ha oltre 90 milioni di anni

Ritrovamento eccezionale in una cava della Lessinia. La scoperta rilancia il dibattito sulla tutela dei fossili e il ruolo delle attività estrattive

La scoperta di un grande fossile di tartaruga marina riporta l’attenzione sulle cave di lastame della Lessinia, sempre più riconosciute come veri e propri scrigni di testimonianze geologiche. Il reperto, rinvenuto sul monte Loffa, risale al Cretaceo Superiore, tra 90 e 94 milioni di anni fa, quando l’area oggi montuosa era in realtà un mare tropicale abitato da ammoniti, ricci di mare, molluschi, squali lunghi fino a dieci metri, tartarughe e mosasauri.

Una scoperta arrivata per caso

Lo scorso marzo, durante uno scavo nella cava di Franco Zivelonghi (ditta Zivelonghi Luigi e Flavio), è emerso lo scheletro di una tartaruga marina lungo oltre 1,5 metri. Il cavatore ha subito avvisato i paleontologi, permettendo di mettere in sicurezza il fossile, segnalarlo alla Soprintendenza e avviare il percorso di restauro e studio scientifico.

Un esempio virtuoso di collaborazione che viene evidenziato anche nello studio recentemente pubblicato sulla rivista internazionale Geoheritage, firmato da Pietro Calzoni, dottorando in Geoscienze dell’Università di Padova.

Cave e paleontologia: un rapporto delicato

«Frequentando Sant’Anna d’Alfaedo ho iniziato a chiedermi come l’attività estrattiva si rapporti al mondo dei fossili», racconta Calzoni.
Lo studio analizza infatti la doppia natura delle cave: da un lato rappresentano un rischio per i reperti, perché macchinari e operazioni di movimentazione possono danneggiarli; dall’altro le estrazioni permettono di portare alla luce fossili che altrimenti resterebbero sepolti.

In Italia, i fossili sono considerati beni culturali, e la normativa vieta la raccolta non autorizzata. Tuttavia esiste una criticità: non viene fatta distinzione tra fossili di elevato valore scientifico e quelli comuni o mal conservati.
Questo, unito al timore di rallentamenti o perdite economiche, porta talvolta i cavatori a non segnalare i ritrovamenti.

Verso una collaborazione più strutturata

Calzoni suggerisce di creare linee guida dedicate ai cavatori, utili a riconoscere i fossili rilevanti e a migliorare la comunicazione con i paleontologi.
Una sinergia che, oltre alla ricerca, può generare un valore aggiunto per il territorio.

Fossili come risorsa turistica

Secondo il giovane ricercatore, i fossili rappresentano un potenziale asset turistico per il Comune di Sant’Anna d’Alfaedo e per tutta la Lessinia occidentale.
L’esempio è quello di Bolca, località famosa nel mondo per i suoi giacimenti fossiliferi, oggi candidata a Patrimonio Unesco proprio grazie alla valorizzazione del suo patrimonio geologico.

«Il geoturismo internazionale è in forte crescita – sottolinea Calzoni – e il suo impatto economico sulla Lessinia potrebbe essere tutt’altro che marginale».

Redazione

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