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Pfas negli alimenti, ricerche e sfide per la decontaminazione ambientale

Scienza e attivismo nella lotta contro i Pfas e la loro presenza nella catena alimentare

L’attuale situazione legata all’inquinamento da Pfas è stata definita come “fuori controllo” da Greenpeace durante una serata organizzata nell’Ovest vicentino. Gli attivisti hanno criticato l’apparente inerzia degli enti pubblici mentre l’Università di Padova ha cominciato a esplorare soluzioni per la decontaminazione dell’ambiente colpito da derivati del fluoro attribuiti alla Miteni di Trissino.

Il professor Antonio Masi e il professor Giancarlo Renella, docenti della facoltà di agraria dell’Università di Padova, hanno presentato una panoramica dell’ampia contaminazione da Pfas, attribuita principalmente alla Miteni di Trissino, che ha colpito il Veneto centrale per decenni, mettendo a rischio sia l’ambiente che la salute umana e degli altri esseri viventi.

I due scienziati hanno inoltre delineato un progetto di ampia portata per sperimentare la rimozione dei Pfas dall’ambiente, in collaborazione con l’Università di Padova e attivisti ambientali. Uno dei percorsi considerati è l’uso di piante che possono intrappolare i Pfas nelle loro radici o foglie, con un focus particolare sul salice. Tuttavia, ci sono ancora sfide da superare, come la gestione delle piante contaminate.

Un’altra promettente frontiera di studio riguarda l’uso del carbone vegetale nei terreni agricoli contaminati da Pfas, che potrebbe agire come barriera naturale per evitare la penetrazione dei Pfas nei prodotti alimentari.

Masi e Renella hanno ammesso che i loro studi sono in fase preliminare e che ci sono molte incognite da risolvere. Tuttavia, stanno lavorando per sviluppare metodi che possano contribuire alla rimozione di queste sostanze dall’ambiente.

Nonostante gli sforzi della scienza per affrontare la decontaminazione, il problema della persistenza dei Pfas nella catena alimentare rimane irrisolto. Greenpeace Italia ha sottolineato che nonostante le autorità siano a conoscenza del problema dal 2013, non sono stati presi provvedimenti per limitare l’uso di alimenti potenzialmente contaminati, portando alla definizione del Veneto come “zona di sacrificio” in un dossier pubblicato nel 2023.

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