Oltre due milioni e mezzo di prime visite ed esami diagnostici prescritti in Veneto non vengono effettuati nelle strutture pubbliche. È uno dei dati più significativi emersi dalle rilevazioni dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas), che riaccendono il dibattito sull’accessibilità delle cure e sulla capacità del sistema sanitario di rispondere alle richieste dei cittadini.
Su un totale di 5,9 milioni di prestazioni monitorate, soltanto 3,3 milioni risultano erogate attraverso il servizio sanitario pubblico. La differenza, pari a 2,6 milioni di prestazioni, rappresenta una domanda che non trova risposta nel circuito pubblico, con cittadini che possono essere costretti a rivolgersi al privato a pagamento oppure a rinunciare agli accertamenti.
Il quadro è stato contestato dai consiglieri regionali del Partito democratico Chiara Luisetto e Giovanni Manildo, che chiedono di valutare l’effettiva capacità del sistema di garantire le cure. Secondo i due esponenti dem, i dati sulle prestazioni non erogate rendono necessario approfondire le difficoltà incontrate dai pazienti, soprattutto quando le lunghe attese rendono complicato ottenere una diagnosi nei tempi necessari.
Prescrizioni ridotte, il nodo dell’accesso alle cure
Il Veneto presenta anche un numero relativamente contenuto di prestazioni prescritte rispetto alla popolazione residente. Un elemento che la Regione interpreta come un possibile indicatore di appropriatezza prescrittiva, ossia della capacità di limitare gli esami e le visite non necessari.
Questa lettura, tuttavia, non convince pienamente il Partito democratico. Luisetto ha sottolineato come una minore quantità di prescrizioni non dimostri automaticamente una maggiore efficienza sanitaria. Tra gli aspetti da verificare figurano infatti le difficoltà di accesso agli ambulatori, le carenze di personale e la possibilità che i tempi d’attesa influenzino le decisioni relative alle richieste di visita.
Per i consiglieri regionali, il parametro fondamentale dovrebbe essere la capacità di assicurare le prestazioni a chi ne ha effettivamente bisogno. Il rischio evidenziato è che le statistiche sulle prescrizioni offrano una rappresentazione incompleta del servizio, senza chiarire quante persone riescano davvero a ottenere le cure richieste.
Verona, oltre 1.600 prenotazioni fuori dai tempi previsti
Le criticità emergono anche dai dati territoriali raccolti dallo Spi Cgil di Verona, che contesta l’utilizzo delle percentuali ufficiali sul rispetto delle liste d’attesa quando queste non comprendono anche la domanda rimasta insoddisfatta.
Secondo il sindacato dei pensionati, le statistiche che indicano il rispetto delle tempistiche nell’85-95% dei casi considerano prevalentemente le prestazioni effettivamente erogate, senza restituire un quadro completo delle persone che non riescono a prenotare o che rimangono in attesa.
Le rilevazioni dell’Ulss 9 relative a marzo 2026 mostrano, per la classe di priorità D, oltre 1.600 prenotazioni che non hanno rispettato i tempi previsti. Si tratta di una categoria particolarmente importante per le prime visite diagnostiche, comprese quelle richieste da pazienti anziani, per le quali il termine di riferimento è generalmente di 30 giorni.
Le percentuali di ritardo variano in modo significativo tra le specialità mediche. In ortopedia, il 26% delle visite supera i limiti temporali previsti, mentre in endocrinologia la quota raggiunge il 19,5%. Seguono chirurgia vascolare con il 18,2%, dermatologia con il 17,6%, otorinolaringoiatria con il 13,8% e urologia con il 13,3%.
Numeri che, secondo lo Spi Cgil, rendono necessario intervenire sulle aree maggiormente in difficoltà e programmare misure specifiche per recuperare le prestazioni arretrate.
Cup, quasi 373 mila telefonate abbandonate all’Ulss 9
Un altro punto critico riguarda l’accesso ai servizi di prenotazione. I documenti di gara relativi alla gestione dei Centri unici di prenotazione (Cup), richiamati dal sindacato, evidenziano un numero consistente di telefonate che non arrivano a completare il percorso di contatto con gli operatori.
Per la centrale dell’Ulss 9 Scaligera, su 1.537.870 contatti annuali risultano 372.959 chiamate abbandonate, pari al 25,6% del totale. In termini pratici, più di una telefonata su quattro non si conclude con il percorso previsto.
Anche il sistema dell’Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona presenta criticità: le chiamate abbandonate sono 103.888 su 713.338 contatti annuali, corrispondenti al 15,4%.
A questi problemi si aggiunge la gestione delle cosiddette liste di pre-appuntamento. Secondo i dati citati dallo Spi Cgil, nell’Ulss 9 circa 156.000 operazioni all’anno restano sospese senza una data certa. Il dato equivale al 23,4% delle 667.982 pratiche complessive considerate, tra prenotazioni, disdette e modifiche degli appuntamenti.
Per i cittadini, le difficoltà non riguardano quindi soltanto la disponibilità di una visita, ma anche la possibilità di ottenere informazioni, parlare con un operatore e conoscere quando sarà possibile accedere alla prestazione.
Intramoenia, tempi telefonici più brevi
La differenza nei tempi di attesa emerge anche nel confronto tra il canale pubblico e la libera professione intramoenia, cioè le prestazioni effettuate dai medici ospedalieri in regime di attività libero-professionale all’interno delle strutture autorizzate.
Secondo i dati riportati dal sindacato, l’attesa telefonica media per il Cup pubblico supera i 7 minuti e 15 secondi, mentre per le prenotazioni in intramoenia scende a 2 minuti e 22 secondi.
Il divario è stato evidenziato dal segretario generale dello Spi Cgil di Verona, Adriano Filice, che ha criticato le difficoltà organizzative del sistema e le conseguenze sulle famiglie e sui pensionati. Per il sindacato, le medie regionali non possono essere considerate sufficienti a descrivere la qualità del servizio se non vengono accompagnate da dati sulla domanda inevasa, sulle telefonate abbandonate e sulle persone che non riescono a ottenere un appuntamento.
Le richieste del sindacato per ridurre le liste d’attesa
Per affrontare le criticità, lo Spi Cgil chiede interventi organizzativi e investimenti strutturali. Tra le proposte avanzate figurano l’apertura immediata delle agende di prenotazione, il superamento delle liste bloccate e la pubblicazione periodica dei dati relativi alle prestazioni richieste ma non erogate.
Il sindacato sollecita inoltre piani straordinari per recuperare i ritardi nelle specialità più in difficoltà e il potenziamento dei servizi territoriali, comprese le Case della Comunità e i call center dedicati alle prenotazioni.
La questione riguarda in particolare le persone anziane e i cittadini con minori possibilità economiche, per i quali il ricorso alla sanità privata può rappresentare una spesa difficile da sostenere. In assenza di un accesso tempestivo al servizio pubblico, il rischio è che le disuguaglianze economiche si traducano anche in differenze nella possibilità di ricevere cure.
Il confronto tra dati regionali e criticità locali riporta così al centro il tema dell’universalità del servizio sanitario. La sfida per il Veneto consiste nel garantire non soltanto il rispetto formale dei tempi per le prestazioni erogate, ma anche risposte concrete a chi attende una visita, un esame o una diagnosi.
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