Il contratto part-time si conferma un elemento strutturale del mercato del lavoro veneto, con 288 mila assunzioni registrate nel 2024, pari al 33% del totale. Lo rivela l’analisi pubblicata dall’Osservatorio di Veneto Lavoro, che fotografa un’evoluzione costante di questa forma contrattuale, inizialmente pensata per favorire l’inserimento lavorativo di categorie fragili e oggi sempre più diffusa, soprattutto nel settore dei servizi.
Una presenza consolidata, ma non sempre volontaria
Secondo il report, il part-time coinvolge oltre 415 mila lavoratori in Veneto, ovvero quasi un quinto degli occupati (18,6%), con un forte divario di genere: il 35% delle donne lavora a orario ridotto, contro appena il 6% degli uomini. La tendenza riflette la prevalenza femminile in settori come commercio, turismo, servizi alla persona e pulizie, in cui il part-time rappresenta spesso l’unica modalità contrattuale proposta.
Nel 2024, il 61% delle nuove assunzioni part-time ha riguardato donne, a fronte del 39% per gli uomini. L’incremento rispetto all’anno precedente è stato del 2%, trainato soprattutto dalla componente maschile, segno che anche per gli uomini cresce l’offerta (o la necessità) di contratti a orario ridotto.
Il legame con il terziario e il lavoro precario
La diffusione del part-time è direttamente collegata alla terziarizzazione dell’economia veneta, con una domanda crescente da parte di attività che richiedono flessibilità oraria e alta rotazione del personale. Si tratta in larga parte di contratti a tempo determinato, spesso brevi e senza trasformazioni in full-time, che nascono e si chiudono entro l’anno.
Meno frequente, invece, il part-time in settori come agricoltura, industria pesante e logistica, dove l’organizzazione del lavoro prevede ancora forme contrattuali più rigide.
Tra scelta e obbligo: il tema del part-time involontario
Il part-time non è sempre una scelta consapevole. In Italia, nel 2023, più della metà (54%) dei lavoratori part-time ha accettato il contratto perché non trovava alternative a tempo pieno. In Veneto questa quota è più bassa, ma resta significativa, con un maggiore tasso di involontarietà tra gli uomini.
Questa condizione solleva interrogativi sulla qualità dell’occupazione part-time, che in molti casi si traduce in minori possibilità di crescita professionale, salari ridotti e penalizzazioni pensionistiche, soprattutto se la riduzione dell’orario è imposta dal mercato piuttosto che cercata dal lavoratore.
Flessibilità e inclusione: le potenzialità del part-time
Nonostante le criticità, il part-time rappresenta anche un’opportunità: per conciliare lavoro e vita familiare, per proseguire la formazione, o per rientrare nel mercato dopo un periodo di assenza. Ha contribuito in modo significativo alla crescita dell’occupazione femminile e all’inclusione di fasce deboli che altrimenti sarebbero rimaste escluse dal lavoro.
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