Nessuna perizia psichiatrica, almeno nella fase iniziale del processo, per Franco e Dino Ramponi, imputati insieme alla sorella Maria Luisa per la strage di Castel d’Azzano, nel Veronese.
La decisione è stata assunta dalla Corte d’Assise di Verona, presieduta dal giudice Raffaele Ferraro, durante la prima udienza del procedimento relativo all’esplosione avvenuta il 14 ottobre 2025 in un casolare di proprietà della famiglia.
La deflagrazione provocò la morte di tre carabinieri e il ferimento di altri 25 componenti della squadra intervenuta, tra militari e vigili del fuoco.
Le difese di Franco e Dino avevano chiesto un accertamento specialistico per verificare le condizioni psichiche dei rispettivi assistiti.
L’istanza riguardava due aspetti distinti: la capacità di intendere e di volere al momento dei fatti e l’attuale capacità di partecipare consapevolmente al processo.
Dopo circa un’ora e mezza di camera di consiglio, i giudici hanno ritenuto che non vi fossero, allo stato, presupposti sufficienti per disporre l’esame.
La decisione non esclude tuttavia che la questione possa essere riesaminata nelle successive fasi del dibattimento.
Perizia psichiatrica, perché i giudici hanno detto no
La richiesta presentata dai legali dei due fratelli non era nuova.
Un primo tentativo di ottenere la perizia era già stato respinto dal giudice dell’udienza preliminare. Le difese hanno quindi riproposto la questione davanti alla Corte d’Assise.
Nel motivare il nuovo rigetto, il presidente Raffaele Ferraro ha precisato che “in questa fase preliminare” non sono emersi “elementi sufficienti” per autorizzare l’accertamento.
Il giudice ha però lasciato aperta la possibilità di una successiva valutazione.
“Resta salvo un’ulteriore valutazione nel corso del processo, dopo l’assunzione delle prove” ha chiarito leggendo l’ordinanza.
Il provvedimento assume quindi un carattere circoscritto alla situazione processuale attuale.
La Corte potrà tornare sull’argomento qualora, attraverso le testimonianze e gli altri elementi acquisiti durante il dibattimento, emergano circostanze rilevanti per valutare la necessità di un approfondimento psichiatrico.
I tre fratelli Ramponi insieme in aula per la prima volta
La prima udienza ha segnato anche la contemporanea presenza dei tre imputati davanti ai giudici.
Franco Ramponi, 66 anni, Dino Ramponi, 64, e Maria Luisa Ramponi, 60, sono arrivati al tribunale di Verona da tre istituti penitenziari differenti, accompagnati dagli agenti della polizia penitenziaria.
I tre si sono seduti accanto ai rispettivi avvocati.
Dino e Maria Luisa hanno preso posto nelle file anteriori, mentre Franco si è sistemato dietro di loro.
All’inizio dell’udienza, i difensori hanno comunicato che nessuno degli imputati aveva autorizzato le riprese della propria immagine.
Le telecamere erano state ammesse in aula, dove erano presenti numerosi operatori dell’informazione.
Tra il pubblico hanno assistito all’udienza anche alcuni familiari delle vittime.
Erano presenti, tra gli altri, Andrea Piffari, fratello del carabiniere Marco Piffari, e Ferdile Bernardello, padre di Davide Bernardello.
Chi erano i tre carabinieri morti nell’esplosione
La tragedia di Castel d’Azzano costò la vita a tre militari dell’Arma impegnati nell’operazione presso il casolare.
Marco Piffari, 56 anni, era comandante della Squadra operativa di supporto del quarto Battaglione carabinieri Veneto.
Con lui morirono Valerio Daprà, anche lui di 56 anni, operatore dell’Aliquota di Primo intervento, e Davide Bernardello, 36 anni.
L’esplosione investì anche altri componenti della squadra intervenuta.
Venticinque persone, tra carabinieri e vigili del fuoco, riportarono ferite durante l’operazione.
Tra i feriti ci fu anche Maria Luisa Ramponi, che all’udienza indossava ancora guanti a protezione delle mani ustionate.
La ricostruzione delle circostanze che portarono alla morte dei tre militari rappresenterà uno dei principali temi del processo.
L’esplosione del 14 ottobre 2025: la ricostruzione delle indagini
Secondo quanto emerso dalle indagini, i carabinieri erano intervenuti nel casolare della famiglia Ramponi per eseguire una perquisizione prima di un’operazione di sfratto.
L’edificio sarebbe stato preparato con gas, bombole e bottiglie incendiarie, creando una situazione di elevato pericolo per gli operatori.
Gli investigatori hanno ricostruito la presenza di benzina sul pavimento e attribuiscono a Maria Luisa Ramponi il gesto che avrebbe provocato l’innesco.
Secondo l’ipotesi accusatoria, sarebbe stata la donna a lanciare un accendino sul pavimento cosparso di carburante, causando la deflagrazione.
Si tratta di una ricostruzione che dovrà essere valutata nel corso del processo, attraverso le prove e le testimonianze ammesse dalla Corte.
L’intervento del 14 ottobre non era il primo episodio di tensione legato alla proprietà.
Già nell’anno precedente, secondo quanto riportato, i fratelli Ramponi avevano ostacolato in diverse occasioni le procedure di sfratto.
In alcune circostanze si sarebbero barricati sul tetto del casolare, minacciando di provocare un’esplosione.
Questi precedenti rientrano nel contesto che gli inquirenti hanno esaminato per ricostruire la vicenda.
Processo Ramponi, i primi testimoni il 18 novembre
La prossima udienza è prevista per il 18 novembre, quando inizierà l’ascolto dei primi testimoni.
La Corte ha ammesso i nominativi comuni alle liste presentate dalla pubblica ministera Elvira Vitulli, dalle parti civili e dalle difese.
Saranno ascoltate persone chiamate a contribuire alla ricostruzione dell’intervento e delle circostanze che precedettero l’esplosione.
Tra i primi testimoni è previsto Vincenzo Spataro, comandante della Compagnia dei carabinieri di Villafranca.
Il suo nome compare anche in un procedimento disciplinare avviato dalla Procura generale di Venezia, finalizzato a verificare eventuali criticità nella pianificazione dell’operazione.
L’esistenza di un procedimento disciplinare non equivale all’accertamento di responsabilità.
Il dibattimento consentirà di esaminare gli elementi rilevanti per la ricostruzione dei fatti, mantenendo distinti i diversi ambiti di valutazione.
In aula anche gli ufficiali coinvolti negli accertamenti disciplinari
Tra i testimoni che saranno chiamati a deporre figurano anche altri due ufficiali dell’Arma interessati dal procedimento disciplinare.
Si tratta del tenente colonnello Antonio Sframeli e del colonnello Claudio Papagno, comandante provinciale dei carabinieri di Verona.
Le loro testimonianze potranno contribuire a chiarire l’organizzazione dell’intervento presso il casolare e le informazioni disponibili prima dell’operazione.
Il processo dovrà ricostruire non soltanto la dinamica della deflagrazione, ma anche le circostanze operative che precedettero l’ingresso delle squadre nell’edificio.
La Corte ha inoltre ammesso i consulenti indicati dalle parti.
Per la difesa di Dino Ramponi è stata nominata la criminologa Roberta Bruzzone, che parteciperà al procedimento in qualità di consulente di parte.
Le prossime fasi del processo per la strage di Castel d’Azzano
Con la decisione sulla perizia psichiatrica e l’ammissione dei testimoni, il processo entra nella fase dedicata alla raccolta e all’esame delle prove.
La posizione dei tre fratelli Ramponi sarà valutata dalla Corte d’Assise di Verona sulla base degli elementi che emergeranno nel dibattimento, nel rispetto della presunzione di innocenza fino a un’eventuale condanna definitiva.
Le difese di Franco e Dino potranno tornare a chiedere un accertamento psichiatrico qualora si presentino nuovi elementi ritenuti rilevanti dai giudici.
L’udienza del 18 novembre rappresenterà quindi il prossimo passaggio del procedimento, con l’avvio delle testimonianze.
Al centro del processo resta la morte di Marco Piffari, Valerio Daprà e Davide Bernardello, i tre carabinieri uccisi nell’esplosione del casolare il 14 ottobre 2025, insieme al ferimento degli altri operatori intervenuti.
La ricostruzione giudiziaria dovrà stabilire le responsabilità individuali degli imputati e chiarire le circostanze che portarono alla tragedia.
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