Combattimenti illegali tra pitbull, 12 denunciati: l’inchiesta parte da Legnago

Un'organizzazione attiva anche a livello internazionale avrebbe gestito incontri clandestini e scommesse da migliaia di euro. Sequestrati 24 cani dopo una segnalazione partita dal Veronese

pitbull cane

Combattimenti clandestini tra cani, scoperta una rete internazionale

Ventiquattro pitbull sequestrati e dodici persone denunciate nell’ambito di un’indagine coordinata dalla Procura della Repubblica di Parma su un presunto circuito internazionale di combattimenti clandestini tra cani. L’operazione, condotta dai Carabinieri Forestali, ha permesso di ricostruire un sistema nel quale gli animali sarebbero stati allevati e addestrati per affrontarsi in incontri violenti, accompagnati da un consistente giro di scommesse illegali.

A dare il primo impulso agli accertamenti è stata una segnalazione proveniente da Legnago, in provincia di Verona, dove una cittadina aveva individuato sui social network alcuni contenuti che documentavano presunti combattimenti tra pitbull.

Le immagini, successivamente trasmesse alle autorità grazie all’intervento della Lega nazionale per la difesa del cane, hanno contribuito ad avviare un’attività investigativa che ha interessato diverse province italiane e collegamenti con la Serbia.

Scommesse fino a 5mila euro sui combattimenti

Uno degli aspetti più rilevanti emersi dall’inchiesta riguarda il volume economico delle attività clandestine.

Secondo quanto ricostruito, le puntate su un singolo animale potevano raggiungere i 5mila euro, mentre il denaro complessivamente movimentato durante un incontro avrebbe potuto ammontare a diverse decine di migliaia di euro.

I combattimenti sarebbero stati organizzati in luoghi appartati, lontani da controlli e sguardi esterni. Gli spettatori, tra i quali figuravano cittadini italiani e persone provenienti dall’estero, raggiungevano le strutture seguendo indicazioni comunicate soltanto dopo aver stabilito un contatto con gli organizzatori.

La selezione degli animali era strettamente collegata alla loro capacità di prevalere sugli avversari. I pitbull considerati più aggressivi rappresentavano una fonte di guadagno per i proprietari, mentre quelli sconfitti rischiavano di essere eliminati anche quando sopravvivevano agli scontri.

Pitbull addestrati alla violenza fin da cuccioli

Le informazioni raccolte dagli investigatori hanno fatto emergere anche le presunte modalità di preparazione degli animali destinati ai combattimenti.

I cani sarebbero stati sottoposti a privazioni alimentari e pratiche finalizzate ad aumentare l’aggressività, già durante le prime fasi della crescita.

In particolare, secondo la ricostruzione investigativa, il cibo sarebbe stato utilizzato per provocare competizione e scontri tra gli esemplari. Gli allevatori avrebbero osservato le reazioni dei cuccioli per individuare quelli ritenuti maggiormente adatti ai combattimenti.

Gli animali giudicati meno competitivi sarebbero stati utilizzati anche durante le sessioni di addestramento degli altri cani, con conseguenze spesso fatali.

Le condizioni documentate comprendevano ferite profonde, lesioni al muso e forme di immobilizzazione attraverso corde, utilizzate presumibilmente durante la preparazione fisica.

La sopravvivenza degli animali sarebbe stata subordinata alla loro capacità di generare profitti, in un sistema nel quale le cure veterinarie per i soggetti gravemente feriti venivano considerate economicamente svantaggiose.

La denuncia di una donna di Legnago fa partire le indagini

Il percorso che ha portato all’operazione giudiziaria è cominciato con la scoperta casuale di una pagina social.

Una residente di Legnago aveva notato fotografie e commenti riconducibili a combattimenti illegali tra cani. Prima che i contenuti venissero rimossi, era riuscita a conservarne alcune immagini attraverso degli screenshot.

Il materiale era stato successivamente consegnato alla sezione locale della Lega nazionale per la difesa del cane, i cui volontari avevano deciso di approfondire la vicenda.

Attraverso un accesso al gruppo Facebook sotto falsa identità, alcuni rappresentanti dell’associazione avevano individuato ulteriori contenuti particolarmente espliciti.

Le fotografie mostravano animali con gravi ferite e segni di violenza. Secondo quanto riferito, le pubblicazioni rimanevano visibili soltanto per brevi intervalli di tempo, probabilmente per limitare la possibilità che venissero individuate e conservate.

Il materiale raccolto era stato quindi inoltrato ai Carabinieri Forestali, permettendo agli investigatori di approfondire l’origine dei contenuti e i soggetti coinvolti.

L’incontro segreto vicino a Parma e il ring nello scantinato

Un passaggio significativo nella ricostruzione della vicenda è stato il contatto stabilito da un volontario dell’associazione animalista con persone riconducibili al circuito dei combattimenti.

Presentandosi come un potenziale scommettitore, il volontario era riuscito, dopo diversi tentativi, a ottenere indicazioni per assistere a uno degli incontri.

L’appuntamento era stato fissato nelle ore serali presso il casello autostradale di Parma, da dove i partecipanti sarebbero stati accompagnati verso una località isolata.

La destinazione era un’abitazione rurale, all’interno della quale sarebbe stato predisposto uno spazio sotterraneo utilizzato come arena clandestina.

Nello scantinato era stato allestito un ring destinato agli scontri tra cani. Tra i presenti, secondo il racconto raccolto, figuravano numerosi spettatori italiani e persone provenienti dalla Serbia.

L’accesso riservato e la scelta di strutture lontane dai centri abitati avrebbero consentito agli organizzatori di mantenere nascosta l’attività.

Dodici persone denunciate, coinvolte diverse province

L’indagine coordinata dalla Procura di Parma si è sviluppata attraverso una prolungata raccolta di elementi utili a ricostruire l’organizzazione degli incontri, l’allevamento degli animali e i collegamenti tra i soggetti individuati.

Le dodici persone denunciate risultano accusate, a vario titolo, di maltrattamento di animali e organizzazione di combattimenti non autorizzati.

Gli accertamenti hanno interessato persone riconducibili a diverse aree geografiche, tra cui il Veneziano, le province di Bergamo, Pisa e Rieti, oltre a collegamenti con la Serbia.

La dimensione territoriale della vicenda suggerisce, secondo la ricostruzione investigativa, l’esistenza di rapporti tra allevatori, organizzatori e partecipanti agli incontri clandestini.

Il sequestro dei 24 pitbull rappresenta uno dei principali risultati dell’operazione, che ha permesso di sottrarre gli animali al circuito oggetto delle indagini.

Le responsabilità individuali delle persone denunciate dovranno essere valutate nelle sedi giudiziarie competenti, nel rispetto della presunzione di innocenza.

Il ruolo dei social network nell’organizzazione degli incontri

Le piattaforme digitali avrebbero avuto un ruolo importante nel funzionamento del circuito clandestino.

Facebook e altri strumenti di comunicazione online sarebbero stati utilizzati per condividere immagini degli animali, mostrare i risultati degli incontri e raggiungere potenziali scommettitori.

Fotografie e filmati dei combattimenti avrebbero costituito anche una forma di promozione dell’attività illegale, contribuendo ad attirare nuovi partecipanti.

La diffusione temporanea dei contenuti, unita all’utilizzo di gruppi riservati, avrebbe reso più complessa l’individuazione delle attività da parte delle autorità.

Proprio alcune di quelle pubblicazioni, tuttavia, hanno fornito gli elementi iniziali che hanno permesso di portare la vicenda all’attenzione degli investigatori.

Lega del cane di Legnago, il contributo decisivo dei volontari

L’esito dell’operazione è stato accolto positivamente dalla sezione di Legnago della Lega nazionale per la difesa del cane.

La presidente Mariella Zamperlin ha evidenziato l’importanza della segnalazione e della collaborazione con le forze dell’ordine, sottolineando la necessità di intervenire davanti a situazioni di grave violenza sugli animali.

Il contributo dei volontari ha consentito di trasformare una prima testimonianza raccolta sui social in una segnalazione documentata, successivamente approfondita dagli investigatori.

La vicenda evidenzia il ruolo delle segnalazioni dei cittadini nell’individuazione dei combattimenti clandestini, attività che possono rimanere nascoste attraverso reti di contatti riservati e luoghi difficilmente accessibili.

L’inchiesta della Procura di Parma ha così portato alla luce un presunto sistema di sfruttamento animale nel quale allevamento, violenza e scommesse sarebbero stati strettamente collegati.

Resta ora alla magistratura il compito di accertare le responsabilità dei dodici denunciati, mentre il sequestro dei pitbull ha interrotto il loro impiego nelle attività contestate.

Redazione

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