Riforma del reato di violenza sessuale, Trevisi critica il nuovo testo: «Un arretramento culturale»

Il consigliere regionale Pd interviene sul Ddl stupri in discussione al Senato: eliminare il riferimento al consenso e parlare di dissenso, secondo Trevisi, rischia di penalizzare le vittime

riunione politica

Il dibattito sulla riforma del reato di violenza sessuale è tornato al centro della scena politica nazionale dopo il passaggio del testo al Senato, dove una nuova formulazione ha riaperto un confronto che sembrava chiuso. Chi interviene con una posizione netta è Gianpaolo Trevisi, consigliere regionale del Partito democratico in Veneto, cosa contesta è la scelta di modificare l’impianto approvato alla Camera, dove il confronto si svolge è nelle sedi parlamentari, quando nel corso dell’esame a Palazzo Madama, perché – secondo Trevisi – togliere la nozione di consenso rappresenta un passo indietro sul piano giuridico e culturale.

Il nuovo testo, proposto in Commissione Giustizia del Senato e presieduto dalla senatrice Giulia Bongiorno, abbandona il riferimento esplicito all’assenza di consenso, introducendo invece il concetto di atto sessuale compiuto contro la volontà della vittima, valutato sulla base della manifestazione di un dissenso. Una riscrittura che, pur mantenendo l’obiettivo di punire la violenza sessuale, cambia radicalmente l’approccio rispetto a quello approvato all’unanimità alla Camera dei deputati.

Secondo Trevisi, si tratta di una scelta che rischia di svuotare la portata innovativa della riforma. «Non è una materia regionale – afferma – ma riguarda la coscienza collettiva. Il consigliere dem sottolinea come l’eliminazione del riferimento al consenso riporti il baricentro del processo sulla condotta della vittima, anziché sull’azione di chi commette la violenza.

La riforma interviene sull’articolo 609-bis del Codice penale, che oggi fonda il reato sulla costrizione mediante violenza, minaccia o abuso di autorità. Un impianto considerato da molti superato, perché non tiene conto delle situazioni in cui la vittima, per shock o blocco emotivo, non riesce a reagire o a opporsi fisicamente. Proprio da questa consapevolezza era nata la proposta iniziale, che definiva come stupro qualsiasi atto sessuale privo di consenso libero, esplicito e attuale.

Il percorso politico della riforma era partito nel febbraio 2024 e aveva trovato un punto di sintesi alla Camera grazie a una convergenza trasversale, culminata nell’approvazione di un testo condiviso anche dalla maggioranza. L’obiettivo dichiarato era quello di affiancare all’inasprimento delle pene un cambiamento culturale, in linea con i principi della Convenzione di Istanbul, che pone il consenso al centro della definizione di violenza sessuale.

Il passaggio al Senato ha però modificato questo equilibrio. La nuova formulazione distingue tra condotte non accompagnate da violenza o minaccia, punite con pene da quattro a dieci anni, e quelle aggravate, con reclusione da sei a dodici anni. Una scelta che, secondo le opposizioni, rischia di ridurre la tutela delle vittime e di riaprire spazi interpretativi pericolosi.

Trevisi lega la sua posizione anche alla propria esperienza professionale, maturata come ex direttore della Scuola di Polizia di Peschiera del Garda. «Ho ascoltato testimonianze di donne distrutte dal dolore – spiega – e so cosa significa rivivere quella violenza in un’aula di tribunale». A suo giudizio, tornare a parlare di dissenso può aumentare la vittimizzazione secondaria, costringendo le donne a dimostrare di aver manifestato in modo chiaro il proprio rifiuto.

Il rischio, secondo il consigliere regionale, è che il processo finisca per concentrarsi su elementi estranei al fatto, come il comportamento, l’abbigliamento o il contesto personale della vittima. «La Convenzione di Istanbul parla solo di consenso – ribadisce – e questo dovrebbe essere il riferimento centrale di ogni normativa».

Nel confronto politico, la maggioranza difende la riformulazione sostenendo la necessità di evitare un’inversione dell’onere della prova, mentre le opposizioni parlano di un arretramento che compromette il senso stesso della riforma. Per Trevisi, però, la questione va oltre gli schieramenti: «Sui diritti fondamentali non si fanno compromessi al ribasso. Il consenso deve essere chiaro, centrale e inequivocabile».

La sua conclusione è netta: «Non è uno scontro ideologico, ma una questione di civiltà. Le istituzioni devono stare senza ambiguità dalla parte delle vittime». Un messaggio che riassume il nodo centrale del dibattito e che continua ad alimentare il confronto politico e culturale attorno alla riforma del reato di violenza sessuale.

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