Olivicoltura veronese in crisi: raccolto scarso e costi in aumento, gli esperti chiedono più sostegni

La raccolta delle olive in provincia di Verona partirà tra poche settimane, ma le previsioni parlano di un’annata difficile. A pesare sono la mosca olearia, i costi elevati e la mancanza di politiche di supporto.

Il settore olivicolo veronese si prepara a una stagione complicata. Le piogge abbondanti e l’umidità hanno favorito la diffusione della mosca olearia, mentre la carenza di molecole utili alla sua lotta ha aggravato la situazione. Il risultato è una produzione ridotta, con molte aree colpite dalla mancanza di olive. A lanciare l’allarme è stata Confagricoltura Veneto, durante un convegno a Salò dedicato al valore dell’olivicoltura di collina.

Per Alessandra di Canossa, presidente degli olivicoltori di Confagricoltura Verona, si prospetta una stagione negativa simile a quella di due anni fa: “Non si alternano più annate buone e cattive, va quasi sempre male. La mosca olearia è fuori controllo, manca manodopera e i costi di manutenzione sono insostenibili. Inoltre, i fondi pubblici stanno diminuendo”.

Nonostante il peso economico ridotto rispetto al Sud, il settore olivicolo del Nord Italia mantiene un ruolo strategico. La produzione locale garantisce un olio di alta qualità e contribuisce alla tutela del paesaggio e alla promozione turistica. La Regione Veneto ha avviato nuove proposte di legge per rafforzare la figura del produttore e incentivare prodotti certificati, mentre le Università di Verona e Padova lavorano sulla ricerca per migliorare la resistenza degli oliveti.

I dati raccolti dall’Università di Verona indicano una condizione di sofferenza diffusa: il 40% degli uliveti veneti mostra carenze di fosforo e boro, elementi fondamentali per la salute delle piante. Una situazione che richiede un sostegno concreto sia sul piano tecnico che finanziario.

Le possibili soluzioni guardano a due direzioni. Da un lato, la valorizzazione dell’olivicoltura di collina ed “eroica” del Garda e delle piante secolari, risorsa per l’ambiente e il turismo. Dall’altro, la sperimentazione di impianti super intensivi in pianura, con cultivar adatte e frantoi moderni, sul modello delle esperienze del Sud Italia.

Il tema della certificazione resta centrale. I consorzi Dop Garda e Dop Veneto sottolineano l’importanza di ampliare la quota di prodotto certificato e di promuoverlo meglio nei canali di vendita e nella ristorazione. Senza una forte presenza del marchio, infatti, il valore aggiunto del prodotto rischia di disperdersi.

Secondo Alberto De Togni, presidente di Confagricoltura Verona, sarà decisivo il Piano olivicolo nazionale previsto per il 2026: “Per rafforzare il settore servono investimenti in tecnologia e innovazione, così da ridurre i costi e rendere sostenibile il lavoro in oliveto. La nuova fiera Sol2 Expo potrà dare visibilità a un comparto che merita più attenzione”.

Attualmente, il Veneto conta circa 5.000 ettari di oliveto per un valore di 12 milioni di euro, di cui 3.600 solo in provincia di Verona, distribuiti tra il lago di Garda, la Valpolicella e la Valpantena. Le aziende attive sono 4.500 con 63 frantoi e due Dop riconosciute. Numeri che confermano l’importanza della produzione locale, oggi però minacciata da crisi climatiche, fitopatie e carenza di politiche strutturali.

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