Pensioni, “persi” 774 milioni in dieci anni da 60 mila veronesi

Lo Spi Cgil denuncia: colpite le pensioni medio-alte, tagli alla rivalutazione e potere d’acquisto ridotto in modo permanente

Anziano

In dieci anni, circa 60 mila pensionati veronesi hanno visto sfumare 774 milioni di euro a causa del mancato recupero completo dell’inflazione. A lanciare l’allarme è Adriano Filice, segretario generale dello Spi Cgil di Verona, che accusa i governi di turno di trattare i pensionati come “bancomat fiscali”, privandoli del pieno adeguamento delle pensioni al costo della vita.

Secondo uno studio del centro ricerche “Itinerari previdenziali”, ripreso dal sindacato, la progressiva riduzione della rivalutazione ha causato perdite significative soprattutto per chi percepisce assegni tra le 4 e le 10 volte il trattamento minimo, ovvero tra i 2.200 e i 6.000 euro lordi al mese. In particolare, i pensionati con assegni di circa 2.300 euro lordi (1.500 euro netti) hanno perso una mensilità intera in 14 anni, mentre chi riceve il massimo dell’assegno nel range colpito ha subito una perdita secca del 19% di potere d’acquisto.

Un prelievo che pesa su consumi, famiglie e territorio

Filice ha spiegato che il mancato adeguamento ha colpito anche in modo indiretto l’economia locale. «Si tratta di un trasferimento di ricchezza dalle tasche di chi ha lavorato e contribuito per decenni alle casse dello Stato, che poi utilizza questi fondi senza restituirli ai cittadini», ha dichiarato. «Non è una misura per aiutare i pensionati poveri, ma una vera e propria “tassa occulta” che finisce nelle disponibilità del governo, usata – ad esempio – per rottamazioni fiscali o provvedimenti favorevoli a chi evade o non paga per intero le imposte».

Lo studio evidenzia anche un effetto strutturale negativo: la riduzione non è temporanea, ma permanente, con una decurtazione stabile degli importi futuri. Questo significa meno risorse disponibili per consumi, sostegno ai figli o nipoti, spese sanitarie e familiari. In un contesto di aumento generalizzato dei prezzi, il taglio ha effetti ancora più gravi sul potere d’acquisto degli anziani.

Una prassi trasversale ai governi

La prassi di differenziare la rivalutazione in base agli scaglioni di reddito non è recente: dal 1996 sono ben 16 le modifiche legislative che hanno ridotto progressivamente la perequazione per i redditi pensionistici medio-alti. Dopo l’abolizione della scala mobile (1992), la dinamica si è consolidata come prassi trasversale, attuata da governi di tutti gli orientamenti politici. L’ultima manovra del governo Meloni, nel 2024, ha proseguito su questa linea: secondo le stime del sindacato, verranno sottratti 61 miliardi di euro ai pensionati tra il 2023 e il 2032.

“Chi ha dato, continua a pagare”

Filice ha inoltre replicato a chi definisce “elevate” pensioni da 2.300 euro lordi: «Nel nostro sistema fiscale, il 17% dei contribuenti sostiene oltre il 60% dell’intero gettito Irpef. I pensionati penalizzati da queste misure sono proprio quelli che per decenni hanno portato il peso maggiore del sistema contributivo e fiscale. Oggi, invece, si vedono sottrarre il frutto di quei contributi».

Verona colpita duramente

Nel Veronese, dove su circa 240 mila pensionati almeno 60 mila rientrano nei redditi colpiti, la perdita calcolata è imponente: 774 milioni di euro sottratti in 10 anni. Una cifra che, sottolinea lo Spi Cgil, non rappresenta solo un dato statistico, ma un grave danno alla tenuta economica e sociale del territorio.

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