Pensioni a Verona, il crollo delle uscite anticipate riaccende il dibattito

Le modifiche a Quota 100, Opzione Donna e Ape sociale hanno ridotto drasticamente i pensionamenti anticipati. Lo Spi Cgil denuncia l'assenza di una riforma strutturale e boccia l'ipotesi del Tfr come nuova via d’uscita

Anziano

Il tema delle pensioni torna al centro del confronto politico e sindacale, soprattutto a livello locale, dove i numeri offrono una fotografia precisa delle conseguenze derivanti dalle scelte legislative degli ultimi anni. A Verona, il sistema delle uscite anticipate è stato stravolto da una successione di provvedimenti temporanei, che hanno inciso in modo marcato sulle possibilità per i lavoratori di accedere alla pensione prima dell’età ordinaria.

Uno dei temi più discussi è la recente proposta avanzata da Claudio Durigon, vicesegretario della Lega, che suggerisce l’utilizzo del Tfr per consentire il pensionamento a 64 anni. L’idea è di trasformare il trattamento di fine rapporto in una rendita mensile, ma il sindacato Spi Cgil di Verona si oppone fermamente: «Si tratta dell’ennesima scorciatoia, spacciata per soluzione strutturale», afferma il segretario generale Adriano Filice.

I dati elaborati dallo Spi, basati sul Rendiconto sociale provinciale dell’Inps di Verona 2023, confermano l’effetto disorientante delle modifiche normative. Con l’introduzione di Quota 100 nel 2019, che permetteva il pensionamento a 62 anni con 38 di contributi, ben 1.674 veronesi hanno potuto accedere all’anticipo pensionistico nell’ultimo anno utile (2021). Tuttavia, il passaggio a Quota 102 nel 2022 — che alzava l’età a 64 anni mantenendo i contributi a 38 — ha causato un crollo verticale delle uscite: solo 77 pensionamenti in un anno, con una flessione del 95%.

Nel 2023 è stata introdotta Quota 103, che ha ripristinato i 62 anni di età ma ha aumentato i contributi a 41 anni, imponendo un tetto all’importo della pensione. A Verona, il numero delle uscite è salito a 540, ancora molto distante dai numeri di due anni prima, ma in ripresa rispetto al 2022.

Anche “Opzione Donna” ha subito un netto ridimensionamento. Questa misura, basata su un ricalcolo interamente contributivo e quindi penalizzante sul piano economico, era stata comunque scelta da 483 donne nel 2021, salite a 589 nel 2022. Tuttavia, nel 2023, a seguito della riduzione della platea e dell’innalzamento dei requisiti anagrafici, solo 358 lavoratrici hanno potuto beneficiarne.

Un altro strumento in graduale crescita, ma con forti limiti, è l’Ape sociale, destinata a lavoratori gravosi, disoccupati di lunga durata, invalidi civili e caregiver. A Verona sono stati 221 i beneficiari nel 2021, saliti a 267 nel 2022 e a 330 nel 2023. Tuttavia, il vincolo dell’importo massimo di 1.500 euro lordi mensili e i rigidi criteri di accesso ne limitano fortemente la diffusione.

Secondo lo Spi Cgil, la continua modifica delle regole ha creato solo confusione e incertezza, impedendo una pianificazione coerente del proprio futuro previdenziale. «Non si è mai arrivati a una riforma complessiva del sistema — denuncia Filice — ma si è proceduto con misure provvisorie, che hanno peggiorato progressivamente le condizioni di uscita dal lavoro».

Il sindacato rilancia quindi l’appello per una riforma organica del sistema pensionistico, che riconosca il lavoro di cura delle donne, i mestieri usuranti, i periodi di discontinuità contributiva e la complessità delle carriere moderne. Una riforma che, avverte lo Spi, non può gravare ulteriormente sulle spalle dei lavoratori, i quali già oggi versano contributi pari al 33% dello stipendio lordo, a fronte di una media del 18% nei Paesi sviluppati.

La mancanza di un intervento strutturale e condiviso rischia di lasciare milioni di lavoratori in balia di regole incerte, con gravi ricadute sociali e sul mercato del lavoro. Il tema verrà affrontato anche nel contesto dell’incontro “Patti digitali di comunità” in programma oggi, 4 settembre, a Verona, dove si discuterà di alleanze educative ma anche di diritti e tutele per le future generazioni.

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