Bachicoltura 4.0: a Verona riparte la seta tra innovazione e memoria agricola

L’Università guida un'iniziativa che punta su sostenibilità, filiera locale e innovazione tra cosmetica e tessuti bio

VERONA – Dai campi coltivati a gelso fino ai laboratori di ricerca: riparte nel Veronese la bachicoltura sperimentale, con l’ambizione di riportare la seta al centro di un nuovo ecosistema produttivo e sostenibile. Il progetto, dal titolo “Gelsibachicoltura nel Veronese: attraverso il passato verso il futuro”, è promosso dall’Università di Verona con il sostegno della Fondazione Cariverona, e unisce storia locale, ricerca scientifica e applicazioni industriali nei settori biomedicale e cosmetico.

La seta non è più solo un tessuto pregiato, ma una risorsa multifunzionale: dal filo chirurgico biodegradabile alle creme con sericina, la proteina della seta impiegata in dermatologia. In questo contesto, la rinascita della gelsibachicoltura diventa non solo un recupero della memoria contadina, ma anche una sfida di innovazione sociale ed economica.

Alla guida del progetto biennale c’è Anna Paini, docente di Antropologia culturale, insieme a un team interdisciplinare con esperti di storia, economia e antropologia, tra cui Attilio Stella e Veronica Polin. Il primo assegno di ricerca è stato assegnato all’antropologa Giuliana Arnone, con l’obiettivo di mappare il territorio, coinvolgere la comunità e analizzare l’impatto socio-culturale dell’iniziativa.

La filiera della seta viene così ricostruita passo dopo passo, a partire dalla coltivazione del gelso: è già attivo un “gelseto diffuso”, grazie al coinvolgimento di aziende agricole, scuole e privati. Tra i partner, anche l’Istituto agrario Stefani-Bentegodi di Villafranca, che ha inserito la bachicoltura nei propri percorsi formativi. La produzione del filato è affidata a Manifattura Italiana Cucirini (Mic) di Vallese, che svilupperà un prototipo di seta veronese.

La seta del futuro sarà anche bio-compatibile, spiega Pietro Spellini, imprenditore agricolo coinvolto nel progetto: “Il filo di seta è biodegradabile e contiene enzimi che favoriscono la cicatrizzazione: una risorsa naturale per la medicina rigenerativa. Ma serve costruire una vera economia intorno alla gelsibachicoltura, non può restare un hobby”.

Il valore del progetto è anche culturale e ambientale: promuove la biodiversità contro la monocultura, coinvolge scuole e musei – tra cui il Museo di Storia Naturale di Verona, che nel 2025 ospiterà la presentazione pubblica – e rilancia un sapere antico come leva per un futuro più sostenibile, in linea con gli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’ONU.

Tra i cittadini coinvolti c’è Giancarlo Conti, membro dell’associazione culturale Giovani di Povegliano, che ha ospitato in casa propria una coltivazione sperimentale di bachi da seta. Le piante di gelso, da una ventina iniziali, sono diventate sessanta, testimoniando l’interesse crescente verso questa antica pratica.

La nuova “via della seta” parte dunque da Verona, e non guarda solo alla moda, ma anche a medicina, cosmesi e sostenibilità. Un filo sottile, ma resistente, che tesse il futuro recuperando radici profonde.

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