Dopo anni di battaglie legali e mobilitazioni civiche, il Tribunale di Vicenza ha emesso una sentenza storica nel processo contro i vertici dell’azienda chimica Miteni, riconoscendoli colpevoli di inquinamento doloso delle falde acquifere. La vicenda riguarda la diffusione massiva di PFAS (sostanze perfluoroalchiliche) nella seconda falda acquifera più importante d’Europa, a servizio di oltre 300.000 persone nelle province di Verona, Vicenza e Padova.
Legambiente, che si è costituita parte civile con il proprio circolo locale “Perla Blu” e il Centro di azione giuridica, parla di una vittoria per l’intera popolazione inquinata, sottolineando che è stato finalmente riconosciuto l’avvelenamento sistemico del territorio veneto. Secondo la Corte, l’inquinamento non solo è riconducibile alle attività produttive di Miteni, ma è stato provocato consapevolmente, con la piena omissione di comunicazioni agli enti di controllo da parte della dirigenza aziendale.
Un disastro ambientale con effetti sanitari e sociali devastanti
La sentenza conferma quanto denunciato da anni dalle associazioni: la contaminazione riguarda oltre 180 km² di falde idriche, rendendole inutilizzabili per l’uso potabile e agricolo, ma anche numerosi corsi d’acqua superficiali come Fratta Gorzone, Bacchiglione, Retrone e Adige, anch’essi esposti alla presenza persistente di “forever chemicals”. Le conseguenze hanno toccato ecosistema, salute pubblica e attività produttive locali.
Durante il processo è emerso in modo documentato come l’inquinamento sia dipeso da decenni di scarichi non controllati e dalla mancata segnalazione della dispersione di sostanze come C604 e GenX, oltre ai PFAS. I responsabili, secondo la sentenza, hanno ignorato deliberatamente i rischi ambientali, aggravando il danno e ostacolando eventuali azioni preventive.
Verso la bonifica del sito, ma le falde restano a rischio
Il sito produttivo Miteni a Trissino (Vicenza), epicentro della contaminazione, è ora oggetto di un primo passo formale verso la bonifica: è stato infatti approvato in conferenza dei servizi del Comune il documento di analisi del rischio, atto preliminare alla stesura del progetto operativo di risanamento, atteso entro sei mesi.
Non è ancora stato avviato alcun intervento sulle falde contaminate, sottolinea Legambiente, che ora chiede con urgenza misure per il disinquinamento idrico, oltre a un monitoraggio sanitario della popolazione esposta e azioni concrete per impedire futuri episodi simili.
L’appello di Legambiente: bonifica subito, salvaguardare le risorse idriche
Secondo Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente, e Luigi Lazzaro, presidente regionale, la sentenza rappresenta un precedente importante per la giustizia ambientale in Italia. Entrambi rilanciano l’appello a governo e Regione affinché siano avviati interventi strutturali: dalle bonifiche al disinquinamento delle acque, fino all’approvazione delle aree di salvaguardia idrica previste dall’art. 94 del D.lgs 152/2006, fondamentali per prevenire nuove emergenze e proteggere i punti di approvvigionamento.
La vicenda PFAS in Veneto, emersa pubblicamente nel 2013, viene oggi riconosciuta a livello giudiziario come una delle più gravi contaminazioni ambientali del Paese. La speranza delle associazioni è che questo verdetto spinga le istituzioni ad accelerare nella definizione di una strategia nazionale sull’inquinamento da sostanze perfluoroalchiliche.