La rete regionale impegnata nella prevenzione e nel contrasto alla violenza contro le donne ha registrato nel 2024 una crescita dei contatti e dei percorsi avviati per accompagnare le vittime verso l’autonomia. È quanto emerge dalla relazione sulle attività svolte nel corso dell’anno, esaminata dalla quinta commissione del Consiglio regionale del Veneto a Palazzo Ferro Fini.
Nel complesso, la rete regionale dispone di 25 Centri Antiviolenza, 62 punti di accesso, 37 sportelli e 42 case rifugio. Quattro degli sportelli sono presenti all’interno delle università. Nel corso del 2024 i contatti complessivi sono stati 8.366, in aumento rispetto ai 7.142 registrati nel 2023.
Dei contatti rilevati, 2.327 donne hanno intrapreso un percorso di uscita dalla violenza, con un rapporto di presa in carico pari a circa il 28% dei contatti. Il sistema di assistenza ha inoltre coinvolto numerosi minori: sono stati 1.871 i bambini e le bambine interessati dagli interventi, tra vittime dirette di abusi e vittime di violenza assistita.
Il dato di Verona
All’interno del quadro regionale, la provincia di Verona presenta un elemento particolarmente significativo. Nel 2024 sono state 822 le donne seguite nel percorso di uscita dalla violenza, il numero più elevato tra le province venete.
La graduatoria dei casi seguiti vede Venezia a quota 803, Treviso a 663, Padova a 603, Belluno a 577, Vicenza a 194 e Rovigo a 118.
A fronte del numero di donne seguite, però, Verona dispone di soli quattro punti di accesso. Si tratta dello stesso numero di Belluno, mentre le altre province presentano una presenza territoriale maggiore: Venezia conta 16 punti, Vicenza 14, Padova 12, Treviso 9 e Rovigo 3.
È proprio questo rapporto tra persone seguite e presidi territoriali ad aver alimentato il confronto politico in Regione.
La richiesta di aumentare i presidi
La consigliera regionale del Partito Democratico Anna Maria Bigon ha posto l’attenzione sulla distribuzione dei punti di accesso, sottolineando la differenza tra la situazione veronese e quella di altre province.
Secondo i dati illustrati durante i lavori della commissione, la media regionale è di un punto di accesso ogni 35.531 donne residenti dai 14 anni in su. Per Bigon, la dotazione attuale del territorio veronese non sarebbe sufficiente a garantire una presenza uniforme, anche considerando l’estensione geografica della provincia.
La consigliera ha inoltre richiamato l’entità delle risorse previste per il 2025. Lo stanziamento complessivo ammonta a 7.817.527 euro, comprendendo 5,91 milioni di euro provenienti da fondi statali destinati a centri e case rifugio, 452 mila euro per i Centri per Uomini Autori di Violenza e 1,45 milioni di finanziamento diretto della Regione Veneto.
Il tema sollevato riguarda quindi sia la disponibilità delle risorse sia la loro distribuzione sul territorio, con la richiesta di rafforzare la rete dei servizi.
Crescono i percorsi verso l’autonomia
Tra gli elementi evidenziati dalla relazione regionale c’è anche il numero di donne che hanno lasciato le strutture protette per tornare a una condizione di autonomia abitativa. Nel 2024 sono state 154 le donne uscite dalle case rifugio dopo aver completato il percorso previsto.
Le strutture hanno accolto complessivamente 238 donne e 249 figli minori. Per quanto riguarda le modalità di accesso alle case rifugio, nel 46,1% dei casi il passaggio è avvenuto attraverso i Centri Antiviolenza, nel 30% tramite i servizi sociali, nel 10,6% attraverso le forze dell’ordine e nel 9,2% dopo un accesso al pronto soccorso.
La maggioranza delle donne inserite nei percorsi di supporto, pari al 69,6%, ha cittadinanza italiana.
Il ruolo della rete territoriale
La presidente della quinta commissione sociosanitaria, Manuela Lanzarin, ha sottolineato il lavoro svolto dalle professioniste e dalle volontarie impegnate nell’ascolto, nell’informazione e nella costruzione di percorsi personalizzati. Nei casi più complessi, la rete opera anche in collaborazione con le forze dell’ordine e con le strutture sanitarie.
Particolare attenzione è stata dedicata alle case rifugio, considerate strutture destinate soprattutto alle donne che non possono contare su una rete familiare di sostegno e che necessitano di un luogo protetto per sé e per i propri figli.
Per il futuro, tra gli obiettivi indicati dalla commissione rientra il rafforzamento dell’autonomia abitativa ed economica delle donne, attraverso percorsi che consentano di consolidare la propria indipendenza e di affrontare anche il carico di cura dei minori.
Sul tema della distribuzione dei servizi è intervenuto anche il consigliere regionale Gianpaolo Trevisi, che ha posto in relazione gli 822 casi seguiti nella provincia di Verona con la presenza di quattro soli punti di accesso. La questione riguarda in particolare le donne che vivono nelle aree più lontane dal capoluogo e che possono incontrare difficoltà negli spostamenti.
Nel confronto emerso in commissione, quindi, il numero dei casi seguiti a Verona si accompagna alla richiesta di una rete territoriale più capillare, mentre a livello regionale i dati mostrano un aumento dei contatti e dei percorsi di presa in carico.
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