L’inchiesta sulla strage di Castel d’Azzano entra nel vivo. Nella giornata di giovedì 16 ottobre si è svolto l’interrogatorio di garanzia per Franco e Dino Ramponi, arrestati dopo l’esplosione che ha provocato la morte di tre carabinieri durante un intervento in un casolare di via San Martino. L’accusa è gravissima: strage, resistenza a pubblico ufficiale e detenzione di materiale esplosivo.
Secondo la Procura di Verona si tratterebbe di un piano premeditato. Gli inquirenti ritengono che l’abitazione fosse stata trasformata in una trappola incendiaria, pronta a esplodere al momento dell’arrivo delle forze dell’ordine. Le immagini raccolte dai droni dell’Arma il giorno prima dell’intervento mostravano infatti bombole del gas e molotov posizionate sul tetto dell’edificio, lasciando pochi dubbi sulla volontà distruttiva.
Durante l’operazione di polizia, avvenuta nelle prime ore del 14 ottobre, un’esplosione devastante ha cancellato il casolare, uccidendo sul colpo il luogotenente Marco Piffari, il brigadiere capo Valerio Daprà e il carabiniere scelto Davide Bernardello. Altri militari sono rimasti gravemente feriti, mentre Maria Luisa Ramponi, sorella degli arrestati, è stata trovata in condizioni critiche e attualmente è ricoverata in prognosi riservata all’ospedale di Borgo Trento.
L’interrogatorio si è tenuto davanti al Gip del Tribunale di Verona. I due uomini hanno partecipato all’udienza di garanzia, mentre la sorella, intubata e sotto stretta osservazione medica, non ha potuto essere ascoltata. Le sue condizioni restano stabili ma gravi, e gli inquirenti ritengono che potrà offrire elementi chiave per chiarire la dinamica dell’esplosione.
Contemporaneamente si sono svolte le autopsie sui corpi dei tre militari deceduti, con l’obiettivo di determinare la causa precisa della morte e la potenza effettiva dell’esplosione. Le analisi dei medici legali saranno fondamentali per integrare il quadro accusatorio, che appare già estremamente solido.
L’origine del dramma affonda le radici in un lungo contenzioso immobiliare. La famiglia Ramponi, da anni coinvolta in una disputa legale legata al pignoramento dell’immobile in cui viveva, aveva ricevuto notifiche di sfratto. Secondo le indagini, i tre fratelli avrebbero più volte minacciato azioni estreme, culminate nella notte della deflagrazione.
Gli investigatori ipotizzano che la scena fosse già stata preparata per una detonazione controllata, con l’innesco presumibilmente attivato da Maria Luisa Ramponi. Il sospetto è che, all’apertura delle bombole di gas, la donna abbia innescato l’esplosione, trasformando la casa in una trappola mortale.
I soccorsi sono intervenuti immediatamente, riuscendo a fermare sul posto Dino Ramponi e, dopo un tentativo di fuga nei campi circostanti, anche Franco. L’intera operazione, pianificata per verificare la presenza di esplosivi artigianali, si è così trasformata in una tragedia nazionale.
Domani, venerdì 17 ottobre alle ore 16, si terranno a Padova i funerali di Stato nella Basilica di Santa Giustina. Alla cerimonia saranno presenti il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il presidente della Camera Lorenzo Fontana, a testimonianza del dolore condiviso dalle istituzioni per l’estremo sacrificio dei tre militari.
L’indagine della Procura di Verona prosegue senza sosta, puntando a ricostruire in modo dettagliato responsabilità individuali, tempistiche e modalità dell’attentato. Il gesto, definito una “strage annunciata” per via delle minacce documentate nei giorni precedenti, ha sollevato interrogativi su come fosse stata pianificata l’operazione e se fosse possibile prevedere o evitare l’esplosione.