È una testimonianza che scuote e riapre ferite profonde quella di Ombretta Giacomazzi, comparsa ieri davanti alla Corte d’Assise di Brescia nel processo a carico di Roberto Zorzi, accusato di essere uno degli esecutori materiali della Strage di piazza della Loggia del 28 maggio 1974. A distanza di cinquant’anni dall’attentato, la super teste ha ricostruito legami, volti e frasi ascoltate negli anni giovanili, quando frequentava ambienti neofascisti bresciani e veronesi.
La pizzeria e la vendetta per Silvio Ferrari
Giacomazzi era la fidanzata di Silvio Ferrari, il 21enne morto una settimana prima della strage a causa dell’esplosione di una bomba trasportata sulla sua Vespa. Proprio da quel tragico episodio parte il racconto della donna: «Qualche giorno dopo la morte di Silvio – ha spiegato – ci fu una riunione in pizzeria con i veronesi Zorzi e Toffaloni, insieme ai bresciani. Parlavano di vendetta, volevano fare quello che Silvio non era riuscito a fare».
Il riferimento era a un presunto attentato mancato al locale Blue Note, che tuttavia non è mai stato realizzato. «All’epoca – ha spiegato – nessuno parlò apertamente di piazza della Loggia, ma dopo la strage ricollegai quelle parole. Non ho mai sentito nessuno dire che sarebbe stato piazza Loggia l’obiettivo, ma per me tutto si è chiarito dopo, negli anni».
Paura, silenzi e pressioni
La deposizione ha riportato alla luce anche pressioni e intimidazioni subite negli anni ’70, quando la donna fu incarcerata per sei mesi a Venezia. «Il generale Delfino mi accusò di essere una bugiarda – ha raccontato – e mi minacciò di trasformare il reato di reticenza in concorso in strage se non avessi fatto quanto mi chiedeva. Mi disse anche di cercare di coinvolgere Andrea Arcai, figlio di un giudice, che non c’entrava nulla».
La paura per il generale Delfino è stato un elemento centrale nella sua reticenza prolungata: «Non ho parlato finché lui era vivo. Ho sempre temuto quell’uomo. Dopo il suo coinvolgimento nel sequestro Soffiantini, per me cadde dal piedistallo».
Zorzi e Toffaloni “i protagonisti”
Pur senza aver assistito direttamente all’attentato, Giacomazzi ha definito Roberto Zorzi e Marco Toffaloni come “i protagonisti” di quel contesto. «Toffaloni lo vedevo spesso a Verona, Zorzi a Brescia. Erano sempre al centro, sempre ascoltati. Ma Zorzi a Verona non l’ho mai visto, lo incontravo solo a Brescia».
Toffaloni, oggi condannato a 30 anni per la strage in un processo minorile, viene così affiancato da Giacomazzi a Zorzi nella ricostruzione degli ambienti neofascisti attivi in quegli anni. Il processo a Zorzi, oggi cittadino americano, è attualmente in corso.
Una memoria recuperata
Solo anni dopo i fatti la testimone ha ritrovato memoria e forza per raccontare, affidandosi al generale dei ROS Massimo Giraudo, che l’ha ascoltata in 40 occasioni. «Mi è sembrato un sacerdote – ha detto – sapevo che non mi avrebbe giudicata».
Alla domanda se avesse ancora paura di qualcuno, Giacomazzi ha risposto: «Di Nando Ferrari. Non temo per la mia vita, ma voglio proteggere quella che ho ricostruito in cinquant’anni».