Caro carburanti, a Verona la spesa aumenta di 256 milioni: provincia ottava in Italia per rincari

Secondo l’Ufficio studi della Cgia, nel 2026 la spesa per benzina e gasolio nel Veronese potrebbe raggiungere 1,486 miliardi di euro. In Veneto l’aggravio complessivo supera 1,2 miliardi.

Il caro carburanti continua a pesare sui bilanci di famiglie e imprese veronesi. Secondo le elaborazioni dell’Ufficio studi della Cgia, la spesa complessiva per benzina e gasolio nella provincia di Verona passerà dai 1,230 miliardi di euro del 2025 agli 1,486 miliardi stimati per il 2026.

L’incremento annuo è quindi pari a 256 milioni di euro, corrispondente al 20,8%. Tradotto su base mensile, l’aggravio medio raggiunge 21,3 milioni di euro. Un dato che colloca Verona all’ottavo posto in Italia per aumento mensile della spesa.

Verona in testa alla classifica veneta

Nel confronto con le altre province del Veneto, il Veronese registra l’incremento più consistente in valore assoluto.

A Vicenza la spesa dovrebbe passare da 1,236 a 1,490 miliardi, con 254 milioni in più e una crescita del 20,5%. Padova registra invece un aumento di 246 milioni, da 1,200 a 1,445 miliardi, pari al 20,5%.

Per Venezia e Treviso l’incremento annuo è di 205 milioni in entrambi i casi. Nel primo territorio la spesa sale da 1,004 a 1,209 miliardi, mentre nel secondo passa da 1,001 a 1,206 miliardi.

Rovigo registra un aumento di 55 milioni, da 259 a 314 milioni, con una crescita del 21,2%. A Belluno, infine, la spesa passa da 263 a 316 milioni, con un incremento di 53 milioni e una variazione del 20,3%.

Il conto per tutto il Veneto

Considerando l’intera regione, la spesa per benzina e gasolio dovrebbe aumentare dai 6,193 miliardi del 2025 ai 7,466 miliardi del 2026.

L’aumento complessivo è di 1,273 miliardi di euro, pari al 20,6%, mentre la maggiore spesa media mensile raggiunge 106,1 milioni di euro.

In questa graduatoria il Veneto si trova al terzo posto tra le regioni italiane. Prima ci sono la Lombardia, con un incremento mensile stimato di 163,9 milioni, e l’Emilia-Romagna, con 111,1 milioni.

Il tetto temporaneo non annulla i rincari

Il contenimento temporaneo dei prezzi introdotto a ottobre da Eni e da altre compagnie petrolifere non sembra sufficiente, secondo la Cgia, a neutralizzare l’aumento complessivo dei costi.

A livello nazionale, il confronto con un mese del 2025 evidenzia una maggiore spesa di circa 1,1 miliardi di euro per famiglie e imprese.

Tra le aree maggiormente interessate figurano le grandi città metropolitane: Roma registra un incremento mensile di 68,5 milioni, Milano di 49,5 milioni, Napoli di 39,6 milioni, Brescia di 31,2 milioni, Torino di 27,8 milioni e Bari di 25,6 milioni.

Benzina e diesel, quanto sono aumentati

L’analisi della Cgia mette a confronto i prezzi medi della benzina e del gasolio per autotrazione registrati nel 2025 con quelli stimati per il 2026, ipotizzando consumi invariati rispetto all’anno precedente.

Secondo i dati elaborati dall’associazione, dall’inizio del conflitto il prezzo medio della benzina alla pompa è aumentato del 29,1%, mentre quello del gasolio è cresciuto del 36,6%.

Nella settimana dal 21 al 27 settembre 2026, il prezzo medio in modalità self-service era di circa 2,16 euro al litro per la benzina e 2,35 euro per il diesel. Prima dell’inizio del conflitto nel Golfo Persico i valori erano rispettivamente di 1,67 e 1,72 euro al litro.

Le conseguenze per famiglie e imprese

Secondo la Cgia, le tensioni sulle forniture, l’incertezza legata alle rotte del greggio e la volatilità dei mercati energetici continuano a influenzare i prezzi alla pompa.

Tra i più esposti ci sono i pendolari, soprattutto nelle aree dove il trasporto pubblico offre alternative limitate all’automobile. Per molte famiglie il carburante rappresenta ormai una voce stabile e significativa del bilancio mensile.

La situazione riguarda anche numerose categorie produttive. Autotrasportatori, agricoltori, pescatori, tassisti e piccole imprese di servizi devono fare i conti con costi di gestione più elevati, che non sempre possono essere trasferiti sui prezzi finali.

Le ipotesi indicate dalla Cgia

Per attenuare l’impatto dei rincari, la Cgia individua due possibili strade, entrambe caratterizzate però da difficoltà e conseguenze.

La prima riguarda una riduzione della spesa pubblica. Nel 2026, al netto degli interessi, la spesa dello Stato dovrebbe arrivare a quasi 1.090 miliardi di euro. Secondo la Cgia, un taglio dell’1% permetterebbe di liberare quasi 11 miliardi da destinare al contenimento dei rincari di carburanti e, in vista dell’inverno, anche di luce e gas.

L’associazione esclude interventi a danno dello stato sociale, ma ritiene possibile intervenire su sprechi, inefficienze e alcune voci di bilancio. Tra gli elementi citati ci sono anche i circa 130 miliardi di agevolazioni fiscali annuali tra deduzioni e detrazioni. La razionalizzazione di una parte di questi benefici potrebbe, secondo l’Ufficio studi, consentire di recuperare risorse da destinare al contrasto del caro carburante.

La stessa Cgia riconosce tuttavia le difficoltà tecniche di un intervento sulla spesa pubblica a soli tre mesi dalla conclusione dell’anno.

La seconda ipotesi consiste invece nell’utilizzo di maggiore debito pubblico, subordinato all’autorizzazione delle istituzioni europee. La Cgia contesta l’assenza di maggiore flessibilità da parte dell’Unione europea per consentire agli Stati di compensare almeno parzialmente i rincari, ricordando quanto avvenuto nel 2022 dopo l’inizio della guerra tra Russia e Ucraina.

Un eventuale ricorso al debito permetterebbe di fornire liquidità nel breve periodo a famiglie e attività economiche, ma sposterebbe parte del costo sulle generazioni future senza rappresentare una soluzione strutturale al problema.

Redazione

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