Si avvia alla conclusione definitiva l’affaire giudiziario legato al crollo della Stella cometa in Arena di Verona, avvenuto il 23 gennaio 2023 durante le operazioni di smontaggio del basamento della celebre macro scultura in ferro, simbolo del Natale veronese e conosciuta in tutto il mondo. A distanza di tre anni dall’episodio, il procedimento penale si chiude con l’estinzione del reato per quattro imputati, ammessi all’oblazione.
Nella giornata di ieri, il giudice dell’udienza preliminare Arianna Busato ha accolto la richiesta di oblazione presentata da quattro dei sei imputati rimasti nel procedimento, tra cui figurano il presidente della Fondazione Arena di Verona, in carica dal 2011, e il direttore dei lavori nominato dalla Fondazione. In seguito alla rinuncia all’opposizione al decreto penale, il versamento di 5mila euro ciascuno consentirà l’estinzione del reato contestato, ossia la cooperazione in danneggiamento colposo del patrimonio archeologico. La verifica degli avvenuti pagamenti è fissata per il mese di marzo.
Ammende e benefici di legge
Per gli imputati che hanno rinunciato all’opposizione senza accedere all’oblazione, l’ammenda prevista è di 10mila euro, che diventerà esecutiva. In ogni caso, per tutti è previsto il beneficio della pena sospesa e della non menzione nel casellario giudiziale, sancendo di fatto la chiusura della vicenda sul piano penale.
Un capitolo che si chiude anche sul fronte dei danni materiali: le compagnie assicurative hanno completamente risarcito i danni causati all’anfiteatro, patrimonio archeologico di valore inestimabile e visitato ogni anno da milioni di persone.
Il crollo e i danni alla cavea
L’incidente si verificò durante la delicata fase di smontaggio del basamento della Stella, un’archistruttura ideata dall’artista Rinaldo Olivieri, dal peso complessivo di circa 70 tonnellate. Secondo quanto ricostruito nell’imputazione formulata dal pm Alberto Sergi, il basamento non era stato completamente separato dalla parte terminale della struttura al momento del sollevamento. Il mancato disaccoppiamento provocò un violento contraccolpo che spinse il basamento verso il basso, facendolo precipitare fino alla cavea.
Le conseguenze furono rilevanti: numerosi gradoni dell’Arena risultarono scheggiati e danneggiati, con la distruzione del profilo di più gradoni. Fortunatamente, al momento del crollo l’anfiteatro era vuoto e nessuno degli operai della ditta appaltatrice Metal System srl rimase coinvolto. In caso contrario, l’episodio avrebbe potuto trasformarsi in una tragedia di ben altra portata.
Indagini rapide e messa in sicurezza
Le indagini furono affidate alla polizia locale, anche in ragione dell’urgenza di mettere in sicurezza un sito di straordinaria rilevanza storica e turistica. I tempi dell’inchiesta furono scanditi dalla necessità di ripristinare le condizioni di sicurezza per un monumento che ospita eventi e flussi costanti di visitatori.
A distanza di sette mesi dal crollo, nell’agosto 2023, la perizia disposta dal gip nell’ambito dell’incidente probatorio fornì un quadro tecnico dettagliato dell’accaduto. I periti stabilirono che, al di là dell’errore umano, le operazioni di montaggio e smontaggio della struttura erano state effettuate senza un piano tecnico sufficientemente dettagliato, in grado di chiarire alcuni passaggi cruciali. Una carenza che, secondo la relazione, poteva generare problemi interpretativi, rischi operativi e criticità nella gestione di un manufatto così complesso e pesante.
Dagli indagati all’estinzione del reato
Inizialmente, gli indagati erano otto, poi ridotti a sei nel corso del procedimento. Con l’ammissione all’oblazione, il procedimento si estingue definitivamente per i quattro imputati che hanno aderito, chiudendo una vicenda che ha segnato profondamente il rapporto tra grandi installazioni temporanee e tutela del patrimonio monumentale.
La chiusura del caso Stella in Arena rappresenta dunque l’epilogo giudiziario di un episodio che ha sollevato interrogativi sulla gestione tecnica e sulla sicurezza delle grandi strutture all’interno di siti archeologici, ma che si conclude senza ulteriori strascichi penali, grazie al risarcimento integrale dei danni e all’estinzione dei reati contestati.