In Veneto mancano all’appello 350 medici di medicina generale, un vuoto che mette in crisi l’intera rete sanitaria territoriale. Tra il 2019 e il 2024, i medici di base sono scesi da 3.094 a 2.743, con una perdita netta di oltre l’11%. Non solo: le richieste per coprire i posti vacanti sono state appena 15, a fronte di centinaia di posizioni aperte. Il rapporto medico-pazienti ha ormai superato le soglie consigliate, arrivando in molti casi a oltre 1.800 assistiti per ciascun professionista, contro gli 1.200 previsti come standard dall’Accordo collettivo nazionale.
La carenza non riguarda solo i medici di famiglia, ma coinvolge anche i pediatri, diminuiti da 549 a 489 nello stesso periodo, mentre l’età media dei professionisti attivi continua ad aumentare. Più del 60% dei medici di base ha oltre 21 anni di servizio, segno di un ricambio generazionale quasi assente.
A sollevare il problema è stata la consigliera regionale del Partito Democratico Anna Maria Bigon, promotrice di una proposta di legge già approvata in sede regionale e ora all’esame del Parlamento. Accanto a lei, il medico Guglielmo Frapporti, per oltre quarant’anni medico di medicina generale, ora in pensione e candidato alle prossime elezioni regionali.
«La medicina generale oggi non è più attrattiva», spiega Bigon. «I giovani medici non la scelgono perché viene percepita come una professione residuale, senza sbocchi accademici né possibilità di carriera». Un’opinione condivisa da Frapporti: «Una volta il medico di famiglia era un punto di riferimento, oggi invece è un mestiere lasciato in secondo piano, mentre aumenta la pressione su pronto soccorso e ospedali».
La proposta legislativa mira a riformare radicalmente il percorso formativo, integrando la specializzazione in Medicina Generale, di Comunità e Cure Primarie all’interno dell’università, con una durata quadriennale e pari dignità rispetto alle altre discipline mediche. L’obiettivo è duplice: migliorare la formazione e rendere il ruolo del medico di comunità una figura centrale nel sistema sanitario, non più considerata una scelta di ripiego.
I punti chiave del testo di legge sono quattro:
-
Istituzione in ogni ateneo di un dipartimento integrato tra università e servizio sanitario regionale;
-
Utilizzo della rete ospedaliera e territoriale per i tirocini formativi;
-
Equiparazione delle borse di studio alle altre specializzazioni, oggi più vantaggiose;
-
Estensione della durata del corso a quattro anni, in linea con le altre scuole di specializzazione medica.
Secondo Bigon, questa riforma permetterebbe di restituire dignità e attrattività alla professione, contribuendo al contempo a rafforzare la medicina territoriale. Un’esigenza che si riflette anche nell’alta percentuale di accessi impropri al pronto soccorso: oltre il 50% dei casi sono in codice bianco, spesso legati alla mancanza di un medico di riferimento sul territorio.
L’appello finale è al Parlamento, affinché intervenga con urgenza per arginare un fenomeno che rischia di compromettere l’intero sistema sanitario regionale. «È tempo di agire», conclude Bigon, «prima che la figura del medico di famiglia scompaia del tutto dal nostro modello di cura».