Strage di Castel d’Azzano, tre ufficiali sotto accusa per il blitz

La Procura generale di Venezia ha avviato un procedimento disciplinare nei confronti di tre ufficiali dei carabinieri per presunte carenze nella pianificazione e nella gestione dell'intervento del 14 ottobre 2025. Nell'esplosione del casolare dei fratelli Ramponi morirono tre militari dell'Arma. La prima udienza è prevista per venerdì 30 ottobre.

carabinieri

La strage di Castel d’Azzano torna al centro dell’attenzione giudiziaria con l’apertura di un procedimento disciplinare nei confronti di tre ufficiali dei carabinieri. Al centro della contestazione ci sono le modalità con cui venne organizzata e condotta l’operazione del 14 ottobre 2025 nel casolare abitato dai fratelli Ramponi, nel Veronese, dove un’esplosione provocò la morte di tre militari.

La Procura generale di Venezia contesta presunte negligenze, imprudenze e imperizie nella pianificazione e nella gestione del blitz. Secondo quanto riportato da Il Gazzettino, le verifiche riguardano diversi aspetti dell’intervento, dalla raccolta delle informazioni preliminari alle modalità di ingresso nell’edificio, fino alla comunicazione tra i reparti impegnati sul posto.

La prima udienza disciplinare davanti alla Corte d’Appello di Venezia è fissata per venerdì 30 ottobre 2026. Il procedimento dovrà approfondire le contestazioni formulate nei confronti dei tre ufficiali, senza che queste possano essere considerate responsabilità definitivamente accertate.

I tre ufficiali coinvolti nel procedimento disciplinare

Le contestazioni riguardano tre comandanti dell’Arma che ricoprivano incarichi operativi al momento dei fatti. Si tratta del colonnello Claudio Papagno, comandante provinciale dei carabinieri di Verona, del tenente colonnello Antonio Sframeli, alla guida del reparto operativo, e del capitano Vincenzo Spataro, comandante della compagnia di Villafranca.

Secondo l’impostazione della Procura generale, le presunte criticità avrebbero interessato più fasi dell’operazione, dalla preparazione del blitz alle decisioni adottate durante l’intervento.

Tra gli aspetti contestati figura la scelta di riproporre modalità di irruzione che, secondo l’accusa, si sarebbero già dimostrate inefficaci in precedenti occasioni. Gli investigatori disciplinari avrebbero inoltre rilevato una raccolta ritenuta insufficiente di informazioni sulle persone presenti nel casolare e sulle circostanze che avrebbero potuto segnalare un rischio elevato.

Il procedimento punta quindi a verificare se le decisioni operative siano state adeguate alle informazioni disponibili e alle caratteristiche della situazione che i militari si trovarono ad affrontare.

I precedenti dei fratelli Ramponi e i timori del Gis

Uno degli elementi centrali della vicenda riguarda i precedenti rapporti tra i fratelli Maria Luisa, Franco e Dino Ramponi e le forze dell’ordine. In passato, secondo quanto riportato nella ricostruzione dei fatti, si sarebbero verificati diversi episodi di resistenza, accompagnati anche da minacce rivolte agli operatori.

In particolare, Maria Luisa Ramponi avrebbe più volte minacciato di far esplodere l’abitazione. Un quadro che avrebbe richiesto, secondo le contestazioni, un approfondimento preventivo delle condizioni di rischio prima di procedere con l’intervento.

Dubbi sulla possibilità di entrare nel casolare erano stati espressi anche dal Gruppo intervento speciale (Gis) dei carabinieri di Livorno. Le perplessità riguardavano la pericolosità della situazione e i precedenti comportamenti attribuiti agli occupanti dell’immobile.

La Procura generale contesta ai tre ufficiali di non aver raccolto un numero sufficiente di informazioni sulla personalità e sulle abitudini dei componenti della famiglia, sulle vicende analoghe avvenute in passato e sugli acquisti di bombole. Quest’ultimo elemento assume particolare rilievo alla luce dell’esplosione che avrebbe poi investito il casolare durante il blitz.

Le contestazioni sulle modalità dell’operazione

Tra i punti che dovranno essere esaminati figurano anche le condizioni in cui venne programmato l’intervento. Secondo l’accusa, il blitz sarebbe stato organizzato durante le ore notturne, quando la visibilità era ridotta.

Un’altra contestazione riguarda la presunta mancata interruzione delle operazioni nonostante la presenza di odore di gas nell’aria. Si tratta di un elemento particolarmente delicato, perché attiene alla valutazione dei rischi durante le fasi immediatamente precedenti all’esplosione.

La Procura generale avrebbe inoltre contestato una gestione non adeguata delle comunicazioni con gli altri reparti presenti sul luogo dell’intervento. Tra questi figuravano gli operatori delle Aliquote di Primo Intervento (Api) di Padova, due dei quali persero la vita durante il blitz.

Secondo le contestazioni, le informazioni sui possibili pericoli non sarebbero state condivise in maniera adeguata con tutte le unità impegnate nell’operazione. Il procedimento dovrà chiarire le circostanze delle comunicazioni e le responsabilità connesse alle decisioni prese sul campo.

Un ulteriore aspetto riguarda l’organizzazione della squadra Sos di Mestre, il cui comando sarebbe stato affidato al luogotenente Marco Piffari. La Procura generale contesta la scelta anche in relazione al ruolo che il militare avrebbe ricoperto nella squadra, indicato negli atti riportati dalla stampa come quello di autista del tenente Bernardini.

La morte dei tre carabinieri nell’esplosione

L’intervento del 14 ottobre 2025 si concluse con una tragedia. L’esplosione del casolare di Castel d’Azzano provocò la morte dei carabinieri Davide Bernardello, Valerio Daprà e Marco Piffari.

La vicenda aveva suscitato profonda attenzione per la gravità delle conseguenze e per le circostanze in cui si era svolta l’operazione. Le successive ricostruzioni hanno posto l’accento sui rischi legati alla situazione all’interno dell’edificio e sulle decisioni adottate prima e durante l’ingresso delle forze dell’ordine.

Il nuovo procedimento disciplinare si concentra ora sulla condotta dei tre ufficiali, chiamati a rispondere delle presunte carenze organizzative e operative contestate dalla Procura generale.

Prima udienza il 30 ottobre davanti alla Corte d’Appello

Il procedimento entrerà nella fase dell’udienza venerdì 30 ottobre, quando la Corte d’Appello di Venezia sarà chiamata a esaminare la vicenda sul piano disciplinare.

Le contestazioni investono diversi profili: la preparazione dell’intervento, la valutazione dei precedenti, la scelta delle modalità di irruzione, le condizioni di visibilità, la gestione del possibile rischio legato al gas e il coordinamento tra le squadre presenti.

L’udienza rappresenterà un passaggio importante per approfondire gli elementi contestati e consentire la valutazione delle condotte dei tre ufficiali. Le accuse restano allo stato contestazioni disciplinari e dovranno essere esaminate nell’ambito del procedimento, senza anticipare conclusioni sulle responsabilità individuali.

La strage di Castel d’Azzano continua così a essere oggetto di approfondimenti sulle decisioni operative che precedettero l’esplosione, con l’obiettivo di ricostruire le eventuali criticità nella gestione di un intervento conclusosi con la morte di tre carabinieri.

Redazione

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