Il clintòn, noto ai più come clinto, potrebbe finalmente uscire dall’ombra. Dopo quasi un secolo di divieto, la Commissione Agricoltura dell’Unione Europea ha dato il primo via libera all’emendamento presentato dall’europarlamentare Cristina Guarda, aprendo la strada alla riabilitazione e commercializzazione del vino ottenuto da questo antico vitigno americano. Un risultato atteso da decenni nelle campagne del Veronese, Vicentino e della Marca trevigiana, dove il clintòn ha continuato a sopravvivere solo grazie a produzioni familiari e iniziative culturali.
Introdotto in Europa nella seconda metà dell’Ottocento, il vitigno venne poi vietato negli anni Trenta dal regime fascista tramite un Regio Decreto, considerato non conforme ai criteri enologici ufficiali. Ma oggi il vento sembra cambiato: accanto al clinto, l’emendamento in discussione a Bruxelles punta anche alla riabilitazione di altri vini “proibiti”, come il fragolino.
Il fronte del sì, che da anni porta avanti la battaglia in difesa del clintòn, è composto da associazioni, Pro loco, gruppi di tutela e veri e propri cultori del prodotto. Tra i più attivi ci sono l’Associazione per Miega, la Pro loco di Concamarise, la Confraternita del Clinto e Clinto de Marca, realtà che da oltre quarant’anni promuovono il vino attraverso sagre, convegni, raccolte firme e cene tradizionali. A Miega, nel Veronese, la sagra del “crinto” (così chiamato in dialetto locale) attira ogni ottobre centinaia di partecipanti. A Concamarise, invece, il vino è protagonista anche in cucina, durante i pranzi tematici organizzati in primavera.
Il nodo del divieto è sempre stato legato alla presunta pericolosità del vino per l’alto contenuto di metanolo, ipotesi smentita dalle analisi sanitarie. Secondo Luciano Ruggin, presidente della sagra di Miega, «le verifiche dell’Ulss hanno certificato che i valori sono ben al di sotto dei limiti di legge, e si tratta di un vino naturale, impossibile da sofisticare». Anche le moderne tecniche enologiche hanno permesso un miglioramento significativo del prodotto, portando la gradazione alcolica oltre i 10 gradi, come sottolinea Silvano Pintani della Pro loco di Concamarise.
Franco Zambon, fondatore di Clinto de Marca, è fiducioso: «Siamo vicini al traguardo. Il clintòn è un presidio di biodiversità, profumato e fresco. È giunto il momento di restituirgli la dignità che merita». A sostegno del reintegro, è stata aperta una raccolta firme online, per fare pressione su Parlamento, Commissione e Consiglio europei, dai quali si attende la decisione definitiva nei prossimi giorni.
Eppure, nonostante l’entusiasmo dei promotori, restano da superare gli ultimi ostacoli politici. L’approvazione dell’emendamento non è ancora sufficiente: servirà il voto favorevole di Italia, Francia e Germania per concludere l’iter. Il timore è che, come accaduto in passato, il provvedimento venga bloccato o rimandato.
Il clinto non è solo un vino: rappresenta una memoria contadina, un’identità locale e una forma di resistenza culturale. Dopo anni di marginalità, potrebbe finalmente tornare sulle carte dei vini di enoteche e ristoranti. Gli estimatori sperano che l’Europa metta fine a un divieto anacronistico, riconoscendo al clintòn un posto tra i prodotti agricoli legittimi e tutelati.