Autovelox non omologati, valanga di ricorsi: scontro tra consumatori e istituzioni

La Corte di Cassazione ha riaperto il dibattito sull'omologazione degli autovelox, scatenando una raffica di impugnazioni in provincia di Verona

Autovelox

Una vera e propria pioggia di ricorsi sta investendo le amministrazioni locali del Veronese, dopo che una recente sentenza della Corte di Cassazione (n. 10505/2024) ha chiarito un punto rimasto a lungo in un’area grigia della normativa: gli autovelox devono essere omologati, non solo approvati, per rendere legittime le sanzioni emesse. La differenza tra approvazione e omologazione – spesso ignorata – ha oggi un peso determinante nelle aule di tribunale.

Secondo Adiconsum Verona, fino al 50% dei rilevatori installati sul territorio non sarebbero omologati, il che, stando alla legge, li renderebbe illegittimi come strumenti sanzionatori. La situazione ha generato un’ondata di contenziosi, con molti automobilisti multati – talvolta più volte dallo stesso dispositivo – che stanno ricorrendo al giudice di pace, sperando di vedersi annullare verbali anche di alcune migliaia di euro.

La sentenza della Cassazione ha ribaltato anni di consuetudini amministrative, stabilendo che la sola approvazione ministeriale non basta. Il riferimento è all’articolo 142, comma 6 del Codice della Strada, che riconosce valore legale alle infrazioni rilevate solo da apparecchiature “debitamente omologate”.

Ma il censimento pubblicato di recente dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, volto a elencare i dispositivi legittimati a rilevare la velocità, ha generato ulteriore confusione. Secondo il Comandante della polizia locale di Verona, Luigi Altamura, gli strumenti inseriti in quella lista – omologati o meno – sono comunque da considerare validi: «Chi non ha registrato il proprio apparecchio, non potrà più multare. Ma chi è in lista, è legittimato ad agire».

Una posizione che non convince né i legali né le associazioni dei consumatori. «Il censimento non sana il vizio normativo», ribadisce Matteo Ostengo, avvocato di Adiconsum, che dal 2024 sta seguendo diversi procedimenti in merito. Alcuni automobilisti, racconta, hanno ricevuto anche 40 multe dallo stesso dispositivo, come accaduto a Pai (Torri del Benaco), località dove l’autovelox è da tempo oggetto di contestazione anche da parte del gruppo Altvelox.

Diversi giudizi hanno già dato ragione agli automobilisti, in particolare quelli seguiti da Adiconsum. Alcune sentenze di primo grado si sono concluse con conciliazioni, altre sono proseguite fino in appello e, in almeno un caso, la Cassazione ha confermato l’annullamento delle multe.

Il contesto normativo, però, resta nebuloso, e fino a quando non verrà approvato un decreto attuativo che colmi una lacuna legislativa di oltre trent’anni, la questione continuerà a generare contenziosi e incertezza. Mario Conte, presidente di Anci Veneto, ha definito il censimento ministeriale «un passo avanti», ma ha anche ammesso che non risolve del tutto la questione dell’omologazione, pur difendendo l’uso degli autovelox come strumenti di sicurezza, non di profitto.

Secondo le normative vigenti, i proventi delle multe devono essere reinvestiti nella sicurezza stradale, smentendo l’idea che gli enti locali li utilizzino per fare cassa. Tuttavia, il timore che molti autovelox siano stati posizionati senza i necessari requisiti legali continua ad alimentare polemiche.

Nel frattempo, molti cittadini rinunciano a fare ricorso, scoraggiati dalla complessità e dai costi del procedimento. Ma chi ha ricevuto decine di verbali ha tutto l’interesse a contestarli, e la giurisprudenza in evoluzione potrebbe dare loro ragione, almeno in parte.

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