Togliere alla mafia per restituire alla società: è stato questo il filo conduttore del convegno “Valorizzazione dei beni confiscati: prospettive sociali ed economiche”, che si è tenuto alla Biblioteca Civica di Verona, promosso da CIA Verona ed Emmaus Italia. Un tema di crescente attualità anche nel territorio scaligero, dove la presenza della ‘ndrangheta è radicata da decenni, come ha sottolineato il prefetto Demetrio Martino: «Da almeno quarant’anni è insediata nell’economia legale. Non chiede il pizzo, ma acquisisce potere attraverso imprese e patrimoni».
Attualmente sono quattro gli immobili confiscati e assegnati al Comune di Verona, che potrebbero essere destinati a progetti di accoglienza, inclusione sociale o attività agricole, ma occorrono fondi, personale qualificato e una cabina di regia istituzionale per renderli fruibili in tempi ragionevoli.
L’agricoltura come presidio di legalità
Il presidente nazionale di CIA – Agricoltori Italiani, Cristiano Fini, ha evidenziato come i terreni agricoli siano tra i beni più vulnerabili alle infiltrazioni mafiose: «Spesso diventano rifugio per investimenti illeciti. Con Libera promuoviamo il riutilizzo da parte di giovani agricoltori e realtà biologiche, per offrire un’alternativa concreta alla logica mafiosa». A fargli eco, Massimo Resta, presidente di Emmaus Italia, ha aggiunto: «Collaboriamo con enti pubblici per accelerare i tempi di recupero. I beni devono tornare a vivere».
Le falle nel sistema
Tuttavia, secondo Pierpaolo Romani, coordinatore nazionale di Avviso Pubblico, la vera sfida è superare la mancanza di risorse e competenze nei piccoli Comuni, dove spesso si concentrano i beni confiscati. «Troppo spesso questi immobili vengono visti come un problema, invece sono un’opportunità. Possono diventare centri di accoglienza, sedi associative o strutture per persone fragili», ha spiegato.
In provincia di Verona esistono già progetti avviati a Erbé e Bussolengo, ma il loro sviluppo è rallentato dalla scarsità di personale e fondi.
Il ruolo del Comune di Verona
L’assessora alla Sicurezza, Stefania Zivelonghi, ha annunciato che il Comune si è costituito parte civile per la prima volta in un processo per mafia, ottenendo così un appartamento confiscato, frutto di attività di usura. «Verona è infiltrata in modo silenzioso. Non ci sono estorsioni plateali, ma un controllo dell’economia che passa inosservato. Dobbiamo strutturarci meglio, anche con una sezione comunale dedicata alla gestione dei beni confiscati».
Zivelonghi ha evidenziato come Roma non abbia ancora piena consapevolezza della pressione mafiosa sul territorio veronese, aggravata dalla posizione strategica della città che la rende attrattiva per la criminalità organizzata.
L’impegno delle istituzioni
Sul piano giudiziario, Antonio Balsamo, sostituto procuratore della Corte di Cassazione, ha chiarito che la mafia a Verona opera principalmente tramite stupefacenti e fatturazioni fittizie: «La confisca dei beni avvia un ciclo virtuoso che mostra alla cittadinanza quanto sia concreta e possibile la lotta alla mafia».
Alberto Scaramuzza, presidente aggiunto dei Gip di Venezia, ha ricordato le leggi nate dopo le stragi del 1992, culminate con il Codice antimafia del 2011 e la riforma del 2017, che ha introdotto l’amministrazione giudiziaria anche del denaro illecito.
A chiudere i lavori, Maria Rosaria Laganà, direttrice dell’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati, ha presentato una piattaforma digitale con oltre 500 enti del Terzo Settore accreditati, pronti a proporre progetti per i beni disponibili. «Gestiamo decine di migliaia di beni in transizione. La sinergia con il sistema giudiziario è essenziale per evitare che restino inutilizzati. Dobbiamo restituire ai cittadini ciò che la criminalità ha tolto».