Clima – Verona a metà della classifica nazionale tra caldo e piogge estreme

Secondo l’Indice del clima 2026 del Sole 24 Ore la città scaligera è 57ª su 107 capoluoghi: il nord est resta tra le aree italiane dove il riscaldamento è stato più marcato negli ultimi anni.

Sole

Il cambiamento climatico continua a trasformare il volto meteorologico delle città italiane e Verona si colloca esattamente a metà della classifica nazionale. È quanto emerge dall’Indice del clima 2026 elaborato da Il Sole 24 Ore, costruito sulla base dei dati meteorologici raccolti da 3Bmeteo.

Nella graduatoria che analizza 107 capoluoghi di provincia, la città scaligera si posiziona al 57° posto con 598,3 punti, un risultato che descrive una situazione intermedia nel panorama nazionale. Il dato evidenzia un clima considerato “medio” rispetto al resto del Paese, ma inserito in un contesto geografico – quello del Nord Italia e in particolare del Nord Est – dove l’aumento delle temperature negli ultimi anni è stato tra i più significativi.

L’indice prende in considerazione quindici indicatori climatici calcolati sulla media del periodo compreso tra il 2015 e il 2025. Tra i parametri analizzati figurano temperatura media annua, ondate di calore, notti tropicali, giorni di freddo intenso, umidità, ore di sole, precipitazioni intense, raffiche di vento, nebbia e qualità della circolazione dell’aria. Ogni città riceve un punteggio compreso tra 0 e 1.000 per ciascun parametro, successivamente combinato per definire la classifica complessiva.

In cima alla graduatoria si trova Bari, che ottiene il miglior punteggio complessivo grazie a condizioni climatiche più favorevoli e stabili. All’estremo opposto compare Carbonia, nel sud della Sardegna, che chiude la classifica nazionale.

Il quadro generale delineato dallo studio mostra come il clima italiano sia cambiato in modo significativo negli ultimi quindici anni. Tra il 2010 e il 2025 la temperatura media annua nel Paese è aumentata di circa 1,8 gradi, con un incremento ancora più marcato nelle regioni settentrionali, dove il rialzo medio ha raggiunto 2,3 gradi.

Parallelamente, si registra una crescita degli eventi meteorologici estremi. Nel solo 2025 sono state segnalate 17 ondate di calore e 14 episodi di caldo estremo, accompagnati da circa 80 notti tropicali, ovvero quelle in cui la temperatura non scende sotto i 20 gradi. Anche le precipitazioni mostrano una nuova tendenza: le piogge si concentrano sempre più spesso in pochi episodi molto intensi, alternati a periodi prolungati di siccità.

Nel contesto regionale, il Veneto presenta una situazione piuttosto eterogenea. Tra i capoluoghi della regione, la posizione migliore spetta a Venezia, che si colloca al 15° posto con 691,3 punti, favorita in parte dalla sua posizione geografica e dalla vicinanza al mare.

All’estremo opposto della classifica regionale si trova invece Belluno, penalizzata da una combinazione di fattori climatici tra cui poche ore di sole – circa 6,8 al giorno in media – e un numero elevato di giorni freddi, pari a 19,5 all’anno. A incidere negativamente sono anche 262 giornate annuali con livelli di umidità fuori dalla fascia di comfort climatico, nonostante il numero relativamente contenuto di notti tropicali, circa 15 all’anno.

La parte bassa della graduatoria nazionale è dominata in gran parte da città della Pianura Padana, dove pesano fattori come aria stagnante, elevata umidità e frequenti ondate di calore. In questo contesto Verona mantiene comunque una posizione relativamente migliore rispetto ad altri grandi centri urbani del nord Italia.

Secondo i dati dello studio, infatti, la città scaligera si colloca davanti a Milano, che occupa il 71° posto, a Bologna, 72ª, e a Torino, che scende fino alla 90ª posizione.

Uno dei segnali più evidenti del cambiamento climatico riguarda inoltre l’innalzamento dello zero termico nelle regioni settentrionali. Questo parametro, che indica la quota alla quale la temperatura scende a zero gradi, è passato da 2.333 metri nel 2010 a 2.857 metri nel 2025, registrando un aumento superiore ai 500 metri.

Un fenomeno che ha conseguenze dirette anche per il territorio veronese e per l’intero arco alpino: meno neve in montagna, stagioni sciistiche più brevi e un maggiore stress sulle risorse idriche. Le ricadute possono riguardare settori chiave come agricoltura, gestione dell’acqua e prevenzione del rischio idrogeologico, temi sempre più centrali per le amministrazioni locali.

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