Il tema della parità di genere nel mondo del lavoro è tornato al centro del dibattito in occasione dell’8 marzo. Secondo la segretaria generale della Camera del Lavoro Cgil Verona, Francesca Tornieri, la situazione continua a mostrare forti squilibri tra uomini e donne, sia in termini di occupazione sia di retribuzione.
La dirigente sindacale richiama i dati più recenti elaborati dall’Ires Veneto, che fotografano una realtà ancora distante da un reale equilibrio tra i generi. Nonostante il dibattito politico e le promesse di intervento, il quadro occupazionale rimane segnato da salari più bassi, maggiore precarietà e diffusione del part-time involontario tra le lavoratrici.
Secondo Tornieri, i buoni propositi legati alla parità rischiano ogni anno di scontrarsi con una situazione consolidata in cui le donne continuano a essere penalizzate nel mercato del lavoro.
Occupazione femminile sotto la media europea
Uno degli aspetti più evidenti riguarda la partecipazione al lavoro. In Veneto il tasso di occupazione femminile si attesta intorno al 62,4% nel 2024, un dato che rimane stabilmente inferiore sia alla media del Nordest sia a quella europea.
La situazione appare ancora più evidente se confrontata con quella maschile. Mentre la partecipazione delle donne al mercato del lavoro resta più bassa, quella degli uomini risulta superiore alla media delle stesse aree di riferimento.
Secondo la Cgil, questa distanza dimostra come negli ultimi anni il sistema economico e sociale non abbia registrato miglioramenti significativi sul fronte dell’occupazione femminile, nonostante il livello di istruzione delle donne sia mediamente più elevato.
Più precarietà e part-time tra le lavoratrici
Il mercato del lavoro veronese evidenzia inoltre una differenza significativa sul piano della stabilità contrattuale. Le donne risultano più esposte alla precarietà, con una percentuale di contratti a termine che raggiunge il 13%, quasi il doppio rispetto al 7% registrato tra gli uomini.
Anche tra i contratti a tempo indeterminato emerge un forte squilibrio. Una lavoratrice su due ha un contratto part-time, mentre tra gli uomini questa tipologia riguarda appena il 9% dei lavoratori.
Secondo il sindacato, questo dato conferma come il part-time sia spesso una scelta obbligata più che volontaria, legata alla difficoltà di conciliare lavoro e responsabilità familiari.
Il divario salariale supera il 30%
La differenza più marcata riguarda però le retribuzioni. In provincia di Verona, nel settore privato non agricolo, le donne percepiscono mediamente il 31,24% in meno rispetto agli uomini.
Il gap rimane molto elevato anche considerando il numero di giornate lavorate. Gli uomini lavorano in media 11 giorni in più all’anno, ma anche correggendo questo dato il divario salariale resta comunque pari al 28,11%.
Persino confrontando lavoratori e lavoratrici con contratto a tempo indeterminato e full-time, la differenza non scompare: la retribuzione media giornaliera delle donne risulta inferiore del 14,26% rispetto a quella maschile.
Il divario si riduce solo nel caso del part-time, dove la differenza scende al 3,6%, comunque sempre a favore degli uomini.
Settori meno pagati e scelte politiche
Secondo la Cgil, queste disparità sono legate anche alla segregazione occupazionale, con le lavoratrici concentrate soprattutto in settori caratterizzati da salari più bassi, come commercio e ristorazione.
Tornieri sottolinea inoltre che le differenze non dipendono soltanto da dinamiche economiche, ma anche da scelte politiche e legislative. Tra queste vengono citati il mancato via libera alla proposta di congedo parentale paritario e il recepimento ritenuto non adeguato della direttiva europea sul gender pay gap.
Servizi e politiche per sostenere l’occupazione femminile
Per il sindacato, la maternità continua a rappresentare uno dei momenti più critici nella carriera delle donne. La mancanza di servizi adeguati per la conciliazione tra famiglia e lavoro contribuisce infatti a rallentare o interrompere molti percorsi professionali.
La Cgil ribadisce quindi la necessità di politiche pubbliche e aziendali mirate a sostenere l’occupazione femminile, oltre a una contrattazione più attenta ai divari di genere.
Secondo Tornieri, un basso livello di occupazione femminile non rappresenta solo una questione di diritti, ma anche un limite per lo sviluppo economico del territorio, che rischia di perdere una parte fondamentale del proprio potenziale di crescita.