Un video riporta al centro dell’attenzione pubblica la morte di Moussa Diarra, il giovane originario del Mali ucciso il 20 ottobre 2024 alla stazione di Verona Porta Nuova. Le immagini, diffuse sui social da Ilaria Cucchi, mostrano gli ultimi istanti della vicenda e documentano l’intervento dell’agente della Polfer oggi indagato per omicidio colposo.
Secondo quanto riferito nel post che accompagna il filmato, alle 7.50 di quella mattina il video sarebbe stato condiviso nella chat interna “squadra 2” della Polfer di Verona. Nelle sequenze si sente la voce dell’agente che, mentre si trova accanto al giovane ferito a terra, afferma: “Ho sparato, mi stava aggredendo col coltello. L’ho preso. Mandate un’ambulanza”. Parole che hanno riacceso il dibattito su quanto accaduto in quei momenti concitati.
Tre giorni fa il Gip del Tribunale di Verona si è riservato di decidere sulla richiesta di archiviazione avanzata dal pubblico ministero. A opporsi è la famiglia del ragazzo, che chiede invece che si proceda con ulteriori accertamenti. La diffusione del video si inserisce dunque in una fase delicata dell’iter giudiziario.
Nel ricostruire la vicenda, Ilaria Cucchi sostiene che Moussa Diarra, incensurato, si trovasse in uno stato di forte fragilità psicologica. Secondo quanto riportato, il giovane avrebbe vissuto settimane di frustrazione legate alle difficoltà nel rinnovo del permesso di soggiorno, documento fondamentale per poter continuare a lavorare e sostenere la famiglia rimasta in Mali. La crisi, sempre secondo questa versione, sarebbe culminata in stazione dopo l’ennesimo appuntamento andato a vuoto.
Dalle dichiarazioni pubblicate emerge che Moussa avrebbe estratto dallo zaino una posata da tavola, utilizzandola in modo disordinato per minacciare un agente della polizia municipale. Il comandante dei vigili, viene riferito, avrebbe predisposto un intervento per un trattamento sanitario obbligatorio, ritenendo evidente lo stato di difficoltà del giovane.
A intervenire successivamente sarebbero stati gli agenti della Polfer. Nella ricostruzione diffusa sui social si afferma che gli operatori fossero dotati di taser e scudi, ma che avrebbero utilizzato l’arma da fuoco. Sarebbero stati esplosi tre colpi ad altezza uomo: uno avrebbe colpito il cappuccio della felpa, un altro una vetrata alle spalle del giovane e il terzo lo avrebbe raggiunto al cuore, causandone la morte. Tra il momento dell’intercettazione e quello degli spari, secondo quanto riportato dal Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra, sarebbero trascorsi circa sette secondi.
Il Comitato, intervenendo pubblicamente, sostiene che il video rappresenti un elemento che merita approfondimento in sede giudiziaria. Tra gli interrogativi posti vi sono l’eventuale utilizzo di strumenti alternativi al fuoco, la dinamica dei colpi esplosi e la gestione delle registrazioni delle telecamere presenti nell’area della stazione. In particolare, viene chiesto perché alcune telecamere non avrebbero registrato e se le immagini disponibili siano state acquisite e visionate secondo le procedure previste.
La vicenda continua a suscitare un acceso confronto pubblico, alimentato anche dal riferimento, nelle dichiarazioni del Comitato, al tema delle norme in materia di sicurezza e immigrazione attualmente in discussione. Il procedimento giudiziario resta ora al centro dell’attenzione, in attesa della decisione del Gip sulla richiesta di archiviazione.
La morte di Moussa Diarra, a oltre un anno dai fatti, torna dunque a interrogare la città e le istituzioni, mentre la magistratura è chiamata a valutare gli elementi raccolti e le istanze delle parti coinvolte.